La ricerca della felicità

Fiumi di inchiostro sono stati sciupati per tentare di descrivere e significare cosa è la felicità.
La vastità degli ambiti interessati da questa ricerca è ampia e va cercata sui testi di saggistica, di filosofia, di salute, di sociologia, di antropologia, storia, alimentazione, benessere, sport, erotismo, sceneggiature teatrali, poesia, cinema, narrativa.
Distinguere tra serenità e felicità, tra benessere ed agiatezza rischia di essere un esercizio che diventa pleonastico e fine a se stesso.
Forse la differenza stà nell’approccio alla questione: è necessario classificare quello che rende felice una persona?
Potremmo intendere che la felicità sta nel soddisfare un bisogno. Mi rende felice il possesso di un cappotto per proteggermi dal freddo o di un pasto caldo che plachi la mia fame.
Questo se partiamo dai bisogni primari ma quando questi bisogni sono soddisfatti saldamente l’asticella si sposta in alto.
Il pasto caldo sarà un bisogno diverso che conterrà al suo interno molti altri bisogni che prima non erano considerati.
Una volta vinta l’insicurezza del suo costante approviggionamento allora questo pasto caldo dovrà
essere abbondante, buono, che rispetti usi e tradizioni, sicuro, confortevole nella sua presentazione e gradito anche agli ospiti.
Ma non basta: una volta che tutti questi standard sono garantiti allora l’asticella si alzerà ancora di più e quel famoso pasto caldo che rendeva felice chi non l’aveva, avrà al suo interno degli altri bisogni che prima non erano contemplati.
Oltre a tutti quelli già conquistati dovrà essere incontaminato, prodotto con processi equi e garantiti, di impatto ambientale nullo o quasi, che non abbia effetti collaterali per la salute, che sia “naturale”.
A questo punto quel famoso piatto caldo che era un bisogno primario sta diventando un problema, invece di risolverlo.
Sedersi a tavola per celebrare un rito di felicità e di necessità si sta trasformando nell’ingresso nella galleria delle paure.
Nello spazio di due generazioni quel “piatto caldo”, che molti italiani non avevano la certezza di vedere ogni giorno sul proprio tavolo, si è trasformato in un vortice di bisogni ansiosi: deve essere, oltre a tutto quello che ho appena elencato anche funzionale, avere un numero conosciuto di nutrienti corrispondente ad un apporto energetico ben calcolabile, non deve contenere al suo interno sostanze come l’olio di palma, nè ogm, nè fitofarmaci, niente, non deve avere niente che possa
generare ansie collettive ed individuali, deve curare e deve conciliare lo spirito con le proprie idiosincrasie, giustificabili e no.
Ecco come un semplice bisogno primario, la cui soddisfazione genererebbe felicità , può diventare
motivo di infelicità.
Quindi la mia ricetta per essere felici in questi giorni è: fregatevene totalmente e celebriamo con felicità il rito ed il mito del cibo a tavola.
E sforziamoci tutti a pensare che un semplice “pasto caldo sicuro” oggi è ancora un motivo di felicità per miliardi di persone nel mondo.

Agostino Mastrogiacomo.


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