The social dilemma: una chiave per capire la realtà odierna



The social dilemma è un film documentario (detto docudrama) prodotto da Netflix e distribuito sulla stessa piattaforma a partire da settembre scorso.
Il documentario tratta il tema degli impatti dei social network sulla società odierna, partendo dalle testimonianze di ex progettisti e manager delle maggiori aziende del settore, intrecciate ad una storia di finzione che racconta l’influenza negativa dei social su una tipica famiglia americana. Il punto di forza del documentario risiede, più che nella parte di finzione, proprio nelle testimonianze di chi, avendo contribuito alla nascita e alla crescita dei social media, si mostra ora pentito per gli effetti collaterali degli stessi, da loro avvertiti in prima persona. Appaiono come dei moderni dottor Frankenstein, creatori di un mostro sfuggito al loro controllo, con conseguenze inizialmente inimmaginabili.
È indubbio quindi lo sguardo critico del documentario, che di fatto ha scatenato diverse reazioni nell’opinione pubblica, venendo accusato da alcuni di eccessiva demonizzazione e semplificazione dell’argomento, nonché di ipocrisia e manipolazione da parte della casa di produzione, una delle aziende più ricche nate intorno a internet. È vero che il documentario pone sul piatto alcuni aspetti già noti, e comunque degni di essere riassunti, quali ad esempio gli scopi commerciali dei social (“se non stai pagando il prodotto, allora il prodotto sei tu”) oppure la dipendenza degli utenti (paragonati a giocatori di slot machine, dipendenti dal rilascio di dopamina) e non ultima la profilazione dei dati (che porta ad un capitalismo di sorveglianza su scala mondiale). È altrettanto vero però che ognuno di questi punti è inserito nel contesto di una narrazione omogenea e fluida, che trova un filo conduttore nella descrizione del funzionamento dell’”algoritmo”.
Spicca tra tutti Tristan Harris, un ex dipendente di Google che mostra un’urgenza di rivelare la vera “etica” alla base dell’algoritmo, a sua detta programmato per coinvolgere più persone possibile, per più tempo possibile, al fine di vendere più pubblicità possibile.

Di fatto abbiamo a che fare con un’intelligenza artificiale, in grado di autoapprendere le personalità degli utenti, creando dei modelli per prevederne i comportamenti, nonché proponendogli i contenuti più congeniali, e creando quindi una “bolla”informativa, una zona di comfort dedicata a ciascun utente. Come conseguenza socio-politica di questo meccanismo abbiamo, tra gli altri, la polarizzazione sempre più netta dell’opinione pubblica su posizioni opposte e inconciliabili, nonché l’amplificazione del populismo attraverso la diffusione delle fake news, distribuite dall’algoritmo a velocità 6 volte maggiori rispetto alle notizie vere, in quanto più appetibili (“la realtà è noiosa”). D’altronde l’algoritmo non può entrare nel merito delle notizie e distinguere a priori la veridicità degli argomenti.
Queste aberrazioni non sono una novità nel mondo dell’informazione ma, con le nuove tecnologie, vengono diffuse a velocità esponenziale verso un’utenza a nove cifre, e soprattutto sono in mano a un’intelligenza artificiale il cui effettivo comportamento è difficilmente predicibile da parte dei suoi stessi creatori. Non è un caso che la mancanza di criticità ed obiettività degli algoritmi sia proprio l’ostacolo principale ad un passaggio completo verso l’automazione, tale da rendere fortunatamente impossibile la sostituzione totale dell’uomo con la macchina (si pensi al dilemma etico del carrello ferroviario, emblematico nello sviluppo delle autovetture autonome).

In mancanza di una coscienza, l’algoritmo si comporta quindi per gli scopi programmati, e se questi consistono nel fare più soldi possibili, senza avere alla base un’analisi obiettiva e responsabile delle possibili conseguenze sociali, abbiamo un problema. Come in altri ambiti della società, anche qui si sente quindi l’esigenza di un capitalismo etico, rimodulato verso una dimensione umana e non finalizzato al mero e smodato arricchimento dei colossi dell’hi-tech, con incassi da triliardi di dollari.

La questione non è più rimandabile, soprattutto se osserviamo come stiamo crescendo le nuove generazioni, immerse in un mondo virtuale e continuamente esposte a modelli inarrivabili, con conseguenti aumenti statistici di disturbi della personalità quali ansia e depressione, cause di gesti sempre più frequenti di autolesionismo, fino ad arrivare al suicidio. Ma anche questi dati, esposti nel documentario, sono evidentemente destinati ad essere obiettati e minimizzati dai detrattori dello stesso, per confondersi nel mare magnum della disinformazione, dove è vero tutto ed il contrario di tutto: il destino del documentario è quindi paradossalmente di creare esso stesso una polarizzazione dell’opinione pubblica in due opposte fazioni, ormai facilmente riconoscibili in ogni ambito del dibattito socio-politico. L’invito è quindi quello di guardare il documentario per sensibilizzarsi sull’argomento e farsi una propria opinione, essendo consci della contraddizione insita nella sua fruizione attraverso una delle maggiori piattaforme di internet. Questa contraddizione è in realtà solo apparente, visto che non vengono negati i benefici di internet e non si vuole ‘buttare il bambino con l’acqua sporca’, ma bensì invitare ad un uso più consapevole ed equilibrato della tecnologia. La conoscenza della realtà che si cela al di là dello schermo del nostro smartphone può contribuire a cambiare i nostri gesti quotidiani, per reindirizzare le scelte dell’algoritmo e di chi speriamo ne stia già rivedendo i meccanismi.


Mario Saveri

(foto: nospoiler.it)

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