IL COVID HA AGGRAVATO LA SITUAZIONE DEGLI ANZIANI RICOVERATI NELLE RSA. SERVE UN NUOVO MODELLO PER NOI, PER TUTTI, PER UNA SOCIETA’ MIGLIORE


Nel riprendere l’appello di Alessandra Bonifazi a cui avevo avuto modo di dare una prima risposta a caldo, vorrei ora approfondire la tematica degli anziani che finiscono i loro giorni in una struttura socio-sanitaria.

Il “geronticidio” degli anziani ricoverati in strutture socio-sanitarie

Ha scritto Alessandra: “A chi cura il presente per abitare il futuro”. Curare il presente, a mio personale modo di vedere, significa anche prendersi cura e carico dei tantissimi anziani che vivono nelle RSA italiane (ma non solo) e offrire un’alternativa, una possibilità per una vita diversa, liberi dall’istituzionalizzazione.

Il Covid ha prodotto una terribile strage tra gli anziani e in particolare, tra quelli ricoverati nelle strutture sociosanitarie, come le RSA. Si è verificato un vero e proprio “geronticidio”, conosciamo le cifre degli anziani deceduti in questi mesi, nelle RSA, e sono da brividi.

L’Istat ha reso noto che quasi l’85% dei decessi di Coronavirus si sono registrati tra persone con più di 70 anni di età, il 56% aveva più di 80 anni. Gli anziani sono state le principali vittime e, in particolare, che vivevano in una realtà concentrazionaria, che condividevano – volenti o nolenti – gli stessi spazi: camera da letto, bagno, sala da pranzo, ecc.

Le Residenze Sanitarie Assistenziali sono state progettate con l’idea di proteggere, difendere le persone fragili dalle malattie e dalle insidie del vissuto quotidiano, ma, invece si sono rivelate luogo inesorabile di contagio e, in sintesi, di sofferenza e morte. In passato era già successo: non dimentichiamo l’estate del 2003, quando tutta l’Europa fu investita da una lunga ed intensa ondata di calore, che provocò la morte di migliaia di anziani per disidratazione, in particolare negli istituti. E, come nel 2003, migliaia d’anziani sono morti, allora non solo per la mancanza di condizionatori d’aria, ma perché semplicemente non c’era nessuno a dar loro da bere, ad idratare gli anziani chiusi nelle stanze, immobilizzati nei letti.

L’isolamento a gravare sulla debolezza

Certo, il pericolo è stato ed è ancora grande e grave, e gli istituti sono stati chiusi agli esterni per evitare il propagarsi del contagio. Ma, così, è stato come se gli anziani fossero rinchiusi due volte, cioè all’interno di una struttura sanitaria senza possibilità alcuna di uscire, e neanche con la possibilità di ricevere visite, o di essere accuditi da una badante, di chiamare un parrucchiere, un volontario, una suora per una preghiera, il prete per la messa la domenica. Stop. Tutto chiuso, “lock-down”!

L’isolamento così è raddoppiato, triplicato: ancora più lontani dai propri cari, dai conoscenti, dal resto del mondo.

In questi mesi, siamo rimasti giustamente scioccati dalla morte degli anziani negli istituti, è vero, ma ora?

Gli istituti ci sono ancora, gli anziani continuano a morire, più che se fossero a casa propria, e nulla è cambiato. Ma, lo sdegno di tanti per una strage intollerabile non si è sopito.

Alcuni dei parenti di anziani non toccati dal Covid, ma che hanno visto lo strazio di chi, magari era il compagno di stanza dei propri genitori, o del piano, andar via così, senza scampo e da soli, si è posta una domanda: forse non sarà il posto migliore… ma, c’è un’alternativa all’istituto?

Si, la risposta è affermativa, c’è un’alternativa, ma sarebbe superficiale dire “si” e basta. Con impegno, amicizia, pazienza, sostegno e fedeltà si trova un’alternativa. Sono tante cose, ma la vita umana per essere bella e desiderosa d’esser vissuta… dovrà essere curata e sostenuta! È così per gli anziani, per gli adulti e per i giovani! Perché, in effetti, anziani – forse ce lo dimentichiamo troppo facilmente – lo diventeremo tutti, presto o tardi! Sarebbe veramente insano non pensare oggi al nostro futuro di domani, oggi che siamo ancora nel pieno delle nostre forze e capacità per cambiare le cose.

Una storia

In questi ultimi giorni, ho avuto modo di parlare, tra i vari incontri e telefonate, con una donna che ha la madre ricoverata in una struttura sanitaria da alcuni anni: lei è solita visitare la madre quasi ogni sera, dopo aver staccato dal lavoro. Quando non può passare, le telefona a lungo. Ed era disperata perché erano 4 mesi (dall’inizio dello stato di emergenza) che non la vedeva e sentiva che lei fosse più in difficoltà.

Mi ha raccontato che il personale dell’istituto, dopo sue insistenti richieste, ha finalmente messo a disposizione dell’anziana madre un tablet, aiutandola a ricevere una videochiamata dalla figlia. Una telefonata commovente già dall’inizio, quando la madre ha capito che quella che vedeva sullo schermo era la figlia, e poi le lacrime perché dalla sorpresa per la videochiamata, aveva comunque realizzato che fossero ancora lontani e separati.

La figlia mi ha telefonato per raccontarmi tutta la vicenda e, dopo aver constatato con sollievo che la madre stesse bene, mi ha detto come seconda cosa: “Come posso tirare fuori mia madre da lì?”

La loro situazione personale è complessa, hanno la casa, ma ci sono barriere architettoniche all’entrata, servirebbe un’assistenza domiciliare di almeno 12 ore al giorno, almeno all’inizio…  La figlia sta avendo alcuni problemi lavorativi a causa dell’emergenza… ma, si potrebbe fare.

Certo, si potrebbe fare: due donne sole, una infragilita dall’età e dalla malattia e l’altra dal rimorso e dalle difficoltà per il lavoro che è mancato per tanti mesi. Il tutto, mentre la società è alle prese con la pandemia, allora come potrebbero da sole coronare il sogno di liberazione?

Sarebbero necessarie persone di buona volontà che seguissero questa famiglia e la aiutassero nel coronare il desiderio di libertà, ma anche di salvezza dal un rischio elevato di contagio…

A chi chiedere aiuto? Come abitare il futuro, come permettere a questa famiglia di scrivere, di abitare il loro futuro?

La solitudine, un male del nostro tempo

Sappiamo pure che uno dei mali più grandi della vita di oggi è la solitudine: essa grava enormemente su tutti, ma in special modo su chi è meno autosufficiente, più fragile. Eppure, per questo male, possediamo già la cura: siamo noi con la nostra presenza, con una nostra visita, con una nostra telefonata, in modo da ricucire la distanza che abbiamo creato tra le generazioni. La salvezza potrà venire dalla scelta di creare un’alleanza tra generazioni che ci farà più prossimi ad un anziano, che può essere un nostro vicino di casa, che vive da solo, senza nessuno vicino. Non è una formula teorica, ci sono diverse strade che si possono solcare ed aprire: studenti o lavoratori fuorisede ospitati da anziani a casa in cambio di una “sorveglianza” notturna, per una eventuale emergenza… Oppure, per fare la spesa o per andare in farmacia per prendere medicine. Ci sono centinaia di formule che si possono studiare, in base alle singole esigenze.

Cercare una risposta

Il virus oltre ad aver causato malattia e morte, ha chiaramente generato anche isolamento sociale: la risposta dovrà essere pari e contraria: una unione di destino e una sensibilità nuova potrà essere l’antidoto al veleno dell’isolamento, in modo da ricucire i rapporti che si sono lacerati, e creando ponti tra famiglie e persone.

Troppi anziani sono rimasti senza figli e nipoti in tutto questo tempo! E chi era infragilito dal peso della solitudine ha come ricevuto una forte mazzata dal Coronavirus.

Eppure, basta poco per rompere l’isolamento sociale: una visita, una telefonata, sapere che c’è qualcuno che ci conosce e che si ricorda di noi.

Potrebbe sembrare una risposta banale, ma non è così. Questo può essere l’inizio di un movimento, di un’attività che allontana dall’istituto.

Riscoprire la forza della famiglia

Allo sdegno suscitato per le tante morti deve seguire un intervento, appunto, un movimento, un progetto da condividere e da attuare: in primis, la famiglia.

Occorre riscoprire la forza intrinseca della famiglia con i suoi legami allargati, valorizzati dai singoli con le proprie capacità e peculiarità, con le esperienze dei membri che la compongono. Sarà quindi necessario restituire alla famiglia il ruolo di inclusione e il luogo delle relazioni, delle parole, della presa in carico seria dei membri più fragili. Può essere un collante che potrà rinsaldare famiglie in difficoltà.

L’inganno di una risposta semplicistica

Ecco, oggi manca questo: vi sono pubblicità, esperti, talvolta assistenti sociali, talvolta medici che consigliano la strada più semplice… l’istituzionalizzazione (“Pensano loro a tutto”)!

Ma, la realtà è diversa, talvolta, tragicamente diversa, perché in istituto non si decide nulla: né gli orari in cui fare le cose; né cosa mangiare o bere; né quando andare a dormire o alzarsi, tantomeno chi avere accanto in camera. Inoltre, non hai spazio per portare con te quasi nulla delle tue cose, dei ricordi di una vita; in istituto l’assistenza è scarsa e, immancabilmente oltre alla retta salata è necessario pagarsi un/una badante. Senza parlare della lavanderia, della parrucchiera, della pedicure, delle medicine extra, ecc.

Soprattutto, manca la libertà: se vuoi uscire a prenderti un caffè, dovrà essere un parente ad autorizzarti preventivamente per uscire, quando non fisicamente presente per essere accompagnati fuori! Insomma, come una galera.

E domani?

Questo è il futuro che stiamo preparando agli anziani di domani che, in buona parte saremo noi, gli adulti di oggi. Ma, è veramente questo il futuro che vogliamo per noi?

“Si, ma oggi sono in buona salute, la vita si è allungata, e se non mi ammalassi?”

Buon per te, ma non sarà così per tutti, magari avremo sorelle o fratelli in difficoltà più di noi, o cari amici, o conoscenti che potrebbero diventare anziani più deboli o malati. La fragilità è un discorso che bene o male riguarderà, interesserà tutti.

Occorre un’alternativa all’istituto

Non tutti hanno famiglie, o qualcuno vicino. Allora, si tratta anche di immaginare il futuro attivando soluzioni diverse al ricovero ripensando i servizi sociali; sviluppando il monitoraggio da remoto come progettato ed applicato con la “telemedicina”; rinforzando l’assistenza domiciliare, con il dar forza al modello delle “caregiver” a casa; favorendo la coabitazione (“cohousing”); costruendo una rete di prossimità e di solidarietà per aiutare gli anziani soli o le famiglie in difficoltà per la presenza di uno o più anziani.

Queste sono valide alternative all’istituto che già sono operative in diverse realtà. La “prossimità” è la parola magica, è un avverbio che indica vicinanza, che ci permetterà un giorno di svuotare gli istituti.

In un precedente intervento, avevo già avuto modo di raccontare il lavoro del “Programma W gli Anziani” (cfr. www.vivaglianziani.it) della Comunità di Sant’Egidio che, con strategie, aiuti ed interventi mirati, sostiene la permanenza degli anziani a  casa propria. Un gruppo di volontari telefonicamente e con visite a domicilio, monitora le situazioni di tutti gli anziani ultra 65enni che vivono in determinati quartieri della città, dove il Programma è attivo, aiutando ad affrontare piccoli e grandi problemi della quotidianità, nella vita degli anziani.

A casa è meglio per diversi motivi

L’alternativa esiste già: rimanere a casa propria è meglio! Si possono progettare e costruire convivenze con amici, colleghi, persone che hanno le stesse esigenze, aprire case-famiglia per i più deboli, per chi è solo tutto il giorno si possono assumere badanti formate. I soldi da pagare in istituto per la retta, gli extra e la… badante, meglio utilizzarli nel rimanere a casa! Poi, in istituto non si mangia mai bene (una volta fatevi un giro in un istituto, e parlate con gli anziani, se non ci credete); non c’è chi ti faccia bere quando vuoi; alzarti dal letto o tornare a letto quando lo chiedi; chi ti aiuti per uscire… Non perché il personale sia crudele, ma banalmente perché non si riesce ad arrivare a tutti.

Tanto vale organizzarsi in un appartamento in convivenza con qualcun altro e fare forza comune con i propri soldi! Mettere insieme le proprie forze e i propri soldi per vivere meglio, con un’assistenza domiciliare, medica ed infermieristica. Questa deve essere la prospettiva, perché da soli non si va lontano.

Il segreto è nel lavorare per costruirsi il futuro anche in un tempo di possibile debolezza. Meglio organizzarsi prima che essa arrivi…

In fondo, si pensa ad organizzare le vacanze, si crea un fondo pensione per stare tranquilli economicamente…, perché non programmarsi una vecchiaia serena, pensandoci da prima? Parlarne con la famiglia, se c’è, con degli amici o conoscenti… Magari, solo un progetto, un’idea, così sarà più semplice realizzarla, avendoci già pensato prima!

Con questo lungo intervento ho voluto aprire uno squarcio sulla vita degli anziani più fragili, citando una serie di possibili di interventi e soluzioni per semplificare la vita degli anziani. Sicuramente ve ne sono altre di cui non ho parlato, ma ho voluto aprire uno squarcio per ricordare che ci sono tante strade alternative e migliori all’istituzionalizzazione!

 Germano Baldazzi

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