Germano Baldazzi risponde all’Appello “a chi cura il presente per abitare il futuro”


Una situazione inedita, spaventosamente inedita

Stiamo vivendo un tempo difficile, non ci sono giri di parole che possano nasconderlo!  

Difficile per i giovani, che hanno visto interrotta bruscamente la loro principale attività, cioè la frequenza scolastica e, con esso, la riffa di rapporti sociali e amicali che contribuiscono alla crescita culturale, sociale, amicale, sportiva e di interessi; difficile per gli adulti, alcuni dei quali hanno perso o visto sospeso il loro lavoro, con tutte le difficoltà e le criticità che ne sono conseguite; difficile per gli anziani, specie quelli fragili e malati, prime vittime indifese di questo virus infame che annienta i più deboli, ma, nello specifico, ha provocato una sorta di genocidio decimando una generazione di vecchi, accanendosi in particolar modo verso coloro che erano ricoverati nelle residenze per anziani, sanitarie e non.

Tutti a casa, tutto chiuso. Già… ma i poveri, gli anziani, i soli, i senza dimora?

Tante debolezze, tante povertà sono emerse, eppure i poveri sono come scomparsi, svaniti nel nulla. Per effetto del “lockdown” anche loro sono rimasti chiusi (espressione eufemistica, specie per chi la casa non ce l’ha) nei propri ricoveri più o meno di fortuna. L’unica ricchezza dei poveri era la libertà di girare, di incontrare le persone, chiedere l’elemosina, cercare nei cassonetti qualche scarto da riciclare o da rivendere, rimediare qualche moneta lavando i vetri delle macchine ai semafori, oppure spazzando le strade delle nostre città…

Ma, tutto, improvvisamente è stato azzerato!

Tutto fermo … tranne le farmacie, gli alimentari, le edicole e poco altro. Nessuno in giro, bar e ristoranti chiusi, serrande abbassate, strade vuote.

E i poveri?

Nessuno ha parlato di loro, nessuno ci ha fatto caso, nessuno se lo è chiesto, non una parola sui quotidiani in merito alla sorte dei poveri che vivono ai margini delle strade delle nostre città, alcuni dei quali ben visibili.

No, non sono espatriati, perché anche le frontiere sono state chiuse. Chi era dentro qui è rimasto, chi era all’estero non è potuto venire o tornare in Italia. Ogni genere di visto è stato sospeso.

In effetti, c’è qualcuno che sa quale fine abbiano fatto i poveri: i volontari. Quelli che spesso incontrano i poveri e, addirittura li cercano, se non li incontrano nei consueti luoghi.

Gli anziani, lo sappiamo: sono chiusi in casa o, malauguratamente negli istituti, luoghi deputati a curare e a difendere la loro salute, ma che invece si sono rivelati luoghi di contagio e morte. Ad un certo punto, siamo finiti in “lockdown” e, dai primi giorni di marzo, gli istituti per anziani sono stati chiusi agli esterni: bloccate le visite di parenti, amici e volontari, senza eccezioni. Ma, purtroppo, il virus è riuscito ad entrare, portando con sé la carica virale di morte per tanti, tantissimi, grandi vecchi, senza guardare in faccia a nessuno. Famoso o sconosciuto, solo o in compagnia, il virus colpiva chiunque.

Fermarsi per una riflessione

Sono rimasto favorevolmente sorpreso dall’Appello di Alessandra Bonifazi su Lazio Socialedalla sua richiesta di riflettere su questa tragedia che ha investito tutta l’umanità, nessuno escluso, con una rapidità che non ha avuto precedenti nella storia.

Il Novecento oltre ad essere stato il secolo delle due Guerre Mondiali, è stata una epoca in cui tanti muri sono stati innalzati. Molti sono crollati, ma non tutti; e nuove barriere sono state erette, ma il virus s’è fatto beffe di muri, confini, separazioni, e barriere: ha colpito in tutti i continenti portando il suo carico di dolore e morte.

Un luogo comune recita che davanti alla morte siamo tutti uguali, anche la pandemia ci ha ricordato che siamo tutti fragili ed esposti al male, in pari grado.

Ben venga, l’appello di Alessandra Bonifazi a ragionare insieme per trovare strade comuni per il futuro, per essere preparati ad eventuali altri simili eventi, per essere anche più forti e uniti nella risposta.

“Ma nulla sarà più come prima, molto è cambiato”: è vero, nulla sarà come prima. Già ora stiamo pagando il prezzo salato di questa pandemia. Niente più contatti fisici, siamo più distanti, a volte diffidenti, tanti rapporti si sono raffreddati. Con ciò non voglio dare un giudizio, o fare rimproveri: è corretto che sia così in questa fase. Dopo, però, servirà uno slancio in più di umanità per riprendere in mano la nostra vita e ravvivare la ricchezza dei rapporti che tanti benefici, ha portato alle nostre esistenze.

Un baluardo: la Chiesa di Papa Francesco con i suoi “ministri”

La Chiesa, con Papa Francesco, è stata un baluardo oltre che un pilastro a cui sorreggersi, in questo tempo di isolamento sociale, e il Papa s’è speso in prima persona per superare una situazione inedita, alienante, per molti versi.

Abbiamo vissuto la Pasqua, festa cristiana di popolo per eccellenza, chiusi in casa, davanti alla TV e abbiamo partecipato alla celebrazione del Triduo con una sensazione inedita nel cuore. Vedere Piazza San Pietro vuota a Pasqua, per la più importante festa cristianaè stata una cosa inaudita, da far stringere anche cuori più tiepidi. E Papa Francesco ha celebrato per tutti noi, in comunione di spirito con tutti, una nuova Pasqua in maniera straordinaria, più che mai.

Con la sua grande fede, con una preghiera inesauribile, con il suo carisma e le sue parole sempre così dense di pathos e di interesse per i più poveri, Papa Francesco ha condotto la Chiesa anche oltre questa prova. Non solo: la Chiesa, con tantissimi suoi ministri e laici, ha pagato un prezzo salatissimo alla pandemia: numerosi sacerdoti, suore, consacrati, che sono caduti, vittime del Covid nell’esercizio nel loro ministero o nell’aiuto a poveri e malati.Un aiuto dato fino all’estremo, ma che è stato fondamentale per non crollare ed essere vinti dalla paura e dal male, il loro martirio ha rappresentato una grandissima testimonianza per noi, non toccati direttamente.

In tempo di pandemia e, specialmente nei giorni di “lockdown”, Papa Francesco, con le sue celebrazione mattutina trasmesse ogni giorno dalla RAI, ha dato un senso alle nostre giornate, un indirizzo, per guardare al domani e procedere oltre, per non lasciarci andare al vittimismo e al lamento, pur comprensibili, ma che non ci avrebbero consentito di superare questo grande dramma.

Una prima risposta

Ora, dobbiamo lavorare per il riscatto, dobbiamo onorare le vittime cadute per il Covid preparandoci per il futuro e soprattutto operando alcuni cambiamenti nel nostro stile di vita.

Per un lungo periodo, siamo rimasti privati di molte cose, alcune essenziali, altre più effimere. Forse possiamo fare più spazio alle cose essenziali, sprecando meno tempo per quelle effimere. Abbiamo un senso diverso del tempo, ora.

Nella nostra vita abituale raramente abbiamo avuto il pensiero di… “curare il presente”, cioè il tempo e lo spazio che stavamo vivendo: c’è un “uso consumistico del tempo, delle cose, dei beni, della vita”, per cui non ci diamo pensiero per ciò che lasceremo, delle macerie che produrremo, degli scarti che lasceremo, dei danni che avremmo prodotto con il nostro vivere.

“Eh, ma è la mia vita, ho diritto ad usare quello che mi serve”.

Già, innegabile, è un nostro diritto. Ma, abitando insieme in un pianeta che è nostronon solo mio, abbiamo anche i nostri doveri: esiste una comunanza di destino che non possiamo dimenticare, abbiamo ricevuto in dono una eredità che non possiamo non lasciare a chi verrà dopo di noi: figli, nipoti, amici e colleghi più giovani e i loro figli e nipoti… per non spingersi troppo lontano!

Attenzione il pianeta non è solo mio, ma è nostro!

Sappiamo che sono in corso tutta una serie di cambiamenti sul pianeta dal riscaldamento globale, al buco dell’ozono che si allarga, all’innalzamento delle acque dovuto allo scioglimento di ghiacciai (ex) perenni, e via dicendo…

Ci sono tutta una serie di comportamenti che in genere si qualificano “virtuosi” da adottare per la salute nostra e di chi verrà dopo di noi, ma che chiamerò “comportamenti non criminali”!

Si, considero – senza il dubbio di esagerare – un crimine contro l’umanità ciò che stiamo distruggendo nel mondo che abbiamo ricevuto in eredità, ma che non sarà nostro per sempre: presto o tardi dovremo lasciare la vita e questo mondo a chi verrà dopo.

Seconda risposta: una rinascita insieme agli altri.

La soluzione più vicina da adottare per uscire dall’isolamento sociale che abbiamo vissuto e subìto, è operare per una nostra rinascita. In particolare, la bella e vitale esperienza dei numerosissimi volontari che, forse mai come prima, si sono messi a disposizione per aiutare chi era più in difficoltà potrà essere presa come un modello: rendersi disponibili per aiutare qualcuno che vediamo o che sappiamo essere più in difficoltà di noi, sarà utile per chi in difficoltà, ma realizzerà una solidarietà globale.Cambieranno i rapporti tra le persone e le genti diverse: tante durezze si smusseranno, tanti dissidi verranno sopiti.

Se riscopriremo la nostra comunanza di destino, arriveremo a fare comunità, cioè a vivere preoccupandoci gli uni degli altri, quindi, oltre noi stessi anche altri veglieranno su di noi!Non sarebbe male…

Qui non c’è progresso o tecnologia che possa salvarci: non ci sono riusciti i muri a fermare il virus, da solo non lo potrà nemmeno il progresso. I virus, le epidemie, le pandemie, non sono accidentali, casuali, ma colpiscono le nostre società imprudenti, che non ascoltano gli allarmi e le raccomandazioni di studiosi e scienziati. Invece di diffondere la “fake news” di un misterioso virus elaborato in chissà quale fantomatico laboratorio chimico per contagiare, passo dopo passo, il mondo intero, non sarebbe stato più logico e salutare, affermare da subito con forza, che si trattava di una grave e seria infezione respiratoria, in modo da dedicarsi alle dovute precauzioni?

Abbiamo passato troppo tempo a denigrare la prudenza, piuttosto che a servircene. Eppure, così facendo, avremmo evitato tantissimi morti e tanti guai, crisi economiche, perdite umane, un costo altissimo per l’istruzione dei nostri figli e molto altro.

Come ripartire: scommettiamo sul domani con la prossimità

Ora è tempo di ricominciare, di ripartire. Lo possiamo fare, portando il nostro pezzetto di vita di esperienza quotidiana, facendoci latori nella parte di mondo in cui viviamo, essendo noi voce di chi non ha voce, presentando i nostri drammi e presentandoli ad altri. Insieme, facendoci prossimi a tutti, ma specialmente ai poveri, confrontandoci ed affrontando le strade per una possibile soluzione, daremo vita a qualcosa di nuovo, di civile, di “humanitas”, non solo seduti insieme dietro ad un tavolino, ma, appunto, tra la gente. Se veramente daremo inizio ad un movimento con semplici azioni quali parlare, ascoltare, farsi prossimi a chi è solo, malato, in difficoltà, sfiduciato e… coinvolgendo tanti uomini di buona volontà che sentono mancare loro qualcosa e che hanno voglia di impegnarsi nella prossimità, con chi avrà bisogno di aiuto o di un compagno di viaggio per un tratto della propria vita.

Questo è ciò che volevo dire ad Alessandra, ringraziandola, perché mi ha dato occasione di fermarmi a riflettere e pensare oltre al mio naso!

Germano Baldazzi

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