RICERCA. COVID, RIAPERTURA E RISCHIO NUOVI LOCKDOWN: ECCO IMPATTO ECONOMICO SANT’ANNA PISA E IUSS PAVIA NEL TEAM CHE HA ELABORATO ‘POLICY BRIEF’


(DIRE) Roma, 18 giu. – L’Italia e’ ormai nel pieno della fase 2 e
si prepara alla riapertura totale dell’attività economica,
nonostante la minaccia del Covid-19 non sia del tutto scomparsa.
In questo contesto emerge la necessita’ di studiare l’impatto che
il lockdown ha avuto e avrà sull’economia italiana e comprendere
come sia possibile gestire al meglio la ripresa dell’attività
economica tutelando la salute dei cittadini. Questo e’
particolarmente rilevante per essere preparati di fronte a
possibili nuovi focolai dell’epidemia, che potrebbero costringere
a chiudere di nuovo aree del nostro Paese.
Questo studio effettua un’analisi settoriale e regionale
dell’impatto economico dell’emergenza Coronavirus con due
finalita’: valutare l’impatto economico delle misure di
contenimento; fornire informazioni utili per gestire un nuovo
lockdown (evento che potrebbe ripetersi in seguito a una
possibile recrudescenza dell’epidemia) e la successiva riapertura
dell’economia. La nuova analisi come la forte interdipendenza fra
i settori produttivi e l’elevato dualismo dell’economia italiana
impongano forti vincoli sulla gestione della ripartenza
dell’attivita’ economica dopo un lockdown.
Mauro Napoletano, senior researcher presso l’osservatorio Ofce
dell’Universita’ Sciences Po e membro della task force spiega:
“E’ necessario che quasi tutti i settori possano operare ad una
percentuale tra il 60% e il 90% del loro livello storico medio,
per raggiungere una produzione complessiva vicino ai livelli
precedenti alla chiusura. Per questo motivo, sarebbe molto
difficile immaginare eventuali nuove chiusure parziali delle
attivita’ economiche, senza evitare forti cadute della
produzione”. Lo studio mette quindi in luce come la
ripresa economica debba, in modo necessario, andare di pari passo
con il contenimento dei contagi, e come misure parziali avrebbero
un significativo costo economico senza ridurre in maniera
drastica il rischio epidemiologico. Il peso dei vari settori e
delle varie regioni nel permettere al sistema economico di
tornare a livelli di produzione precedenti la pandemia emerge
come assai eterogeneo.
Fabio Vanni, post-doctoral researcher presso l’osservatorio
Ofce dell’Universita’ Sciences Po sottolinea che “i contributi
maggiori (diretti e indiretti) provengono da settori quali
costruzioni, commercio all’ingrosso e al dettaglio, trasporti e
magazzinaggio. Mentre i servizi di alloggio e ristorazione (che
comprendono buona parte delle attività riconducibili al turismo)
contribuiscono invece soltanto per il 3%, anche considerando gli
effetti indiretti. Da un punto di vista geografico, invece,
sarebbe impossibile arrivare alla meta’ della produzione totale
se ci fosse un lockdown nelle quattro grandi regioni del Nord
Italia (Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna)”.
“Questa apparente tensione tra obiettivi economici ed
epidemiologici si risolve muovendo lo sguardo dai settori alle
filiere produttive”, spiega Andrea Roventini, professore
ordinario all’Istituto di Economia della Scuola Superiore
Sant’Anna di Pisa. “Infatti, l’analisi per filiere- continua
Andrea Roventini- permette di considerare non soltanto il
soddisfacimento di un certo livello di domanda da parte del
sistema produttivo, ma anche di considerare il numero di addetti
che dovrebbero essere impiegati per raggiungere tale obiettivo,
nonche’ il loro grado di esposizione al rischio Covid-19 su base
regionale”.
L’estensione dell’analisi alle filiere produttive permette
infatti di valutare i rischi legati all’attivazione delle
componenti del sistema produttivo necessarie al soddisfacimento
della domanda di beni di consumo, di beni di capitale
(investimenti) e delle esportazioni. Ad esempio, lo studio mostra
come la risposta alla domanda di vestiario della sola Lombardia
comporti l’attivazione di circa 60mila lavoratori dipendenti, di
cui quasi un terzo al di fuori della regione, e di una
particolare attivazione di lavoratori a rischio Covid in Toscana
e nelle Marche. Al contrario, per rispondere all’esigenza di fare
investimenti in beni capitali in tutto il Paese sarebbe
necessario esporre circa 108mila operai ad un rischio di
contrarre il virus superiore a quello mediano, corrispondente a
solo 0.4% dell’occupazione totale. Allo stesso modo, rispondere
alla domanda di export dei maggiori due partner commerciali del
nostro Paese esporrebbe al rischio di contrarre il virus circa
140mila lavoratori, cioe’ meno dell’1% dell’occupazione totale.
“Piu’ in generale- sottolinea Leonardo Ghezzi, ricercatore
presso l’Istituto Regionale di Programmazione Economica Toscana-
abbiamo considerato sei filiere produttive che, nel loro
complesso, coprono circa il 25% della produzione nazionale ed
impiegano oltre 4 milioni di dipendenti. I 334mila operai delle
sei filiere esposti ad un rischio Covid-19 superiore al rischio
mediano corrispondono solamente all’1,3% del totale degli
occupati in Italia. Di questi, circa 211mila, cioe’ lo 0.8%
dell’occupazione totale si troverebbero nelle 5 regioni a maggior
rischio Covid (Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Piemonte e
Toscana)”.
Questo risultato evidenzia che una strategia di riapertura
dell’attività economica (e delle eventuali chiusure future)
fondata sulle filiere produttive e non sulla classificazione
settoriale permetterebbe di risolvere o per lo meno di attuare la
tensione tra obiettivi di ripresa economica e controllo
dell’epidemia.

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(Fonte foto: ilfaronline.it)

Categorie:#coronavirus, economia, Lavoro, Sociale

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