Eric Cantona “The King” di Gianpiero Parente


1936, Spagna.
Il Fronte popolare, coalizione di forze progressiste, vince le elezioni.
Poco dopo, i militari, alla guida del generale Francisco Franco, insorgono contro il governo.
Ne nasce una guerra civile.
Da una parte gli uomini del “Caudillo”, dall’altra quelli legati al governo repubblicano.
La Catalogna è la roccaforte delle forze governative.
A Mussalet, venti chilometri da Barcellona, vive Pedro Raurich.
Nel 1938, in uno scontro a fuoco con i repubblicani, riporta una ferita al fegato.
Catturato mentre cerca di oltrepassare i Pirenei, viene rinchiuso dai franchisti in un campo di concentramento.
Terminata la prigionia, assieme alla consorte Francesca Farnos, si rifugia in Francia, a Marsiglia.
Qui la loro figlia Elenoire si innamora di Albert Cantona, infermiere in un ospedale psichiatrico e calciatore dilettante.
Albert è figlio di un immigrato italiano, Salvatore Cantona, nativo di Ozieri, in Sardegna.
Si sposano e vanno a vivere nel quartiere di Les Callois, nella zona collinare di Marsiglia.
Il 24 maggio 1966, nasce il secondogenito, Eric Cantona.
Il ragazzo, sin da piccolo, mostra un certo talento con la palla.
La sua strada si incrocia con quella di una vecchia gloria del campo francese, Célestin Oliver, detto “Tico”.
L’ex attaccante della nazionale francese, semifinalista in Svezia nel 1958, a Marsiglia, ha una prestigiosa scuola calcio, il “College of the Grande Bastide”
Olivier nota subito il talento di Cantona.
Nella primavera dell’81, arriva una chiamata da messier Guy Roux, allenatore e dirigente dell’Auxerre.
Un personaggio particolare, molto più che un semplice allenatore.
Si occupa praticamente di tutto, della prima squadra, del settore giovanile, del calcio mercato.
Guida l’Auxerre dal 1961, da quando aveva appena ventidue anni ed il club militava nei campionati per dilettanti.
Di dichiarate simpatie socialiste, è una istituzione del calcio francese.
Con la sua guida tecnica, l’Auxerre ha intrapreso l’ascesa nell’olimpo del calcio che conta.
Guy Roux vuole assolutamente Cantona, gliene hanno parlato bene.
Fa recapitare al ragazzino una maglia ed un gagliardetto e lo convince ad accettare.
Appena adolescente, il ragazzino si trova catapultato a cinquecento chilometri da casa sua, in una regione, la Borgogna, profondamente diversa dalla sua Marsiglia.
Se, a casa sua, l’orizzonte era il mare, qui si scrutano solo aperte campagne.
Nel novembre del 1983, non ancora maggiorenne, l’esordio in prima squadra.
Rientrato dal servizio di lega, viene mandato in prestito a Martinigue, club militante in seconda divisione.
La Provenza non è grigia come la Borgogna e l’adorata Marsiglia stavolta è vicina.
Un anno in prestito e poi il ritorno all’Auxerre, con il contratto da professionista in tasca.
Il primo anno da titolare è buono.
L’Auxerre ottiene un buon quarto posto e Cantona si fa apprezzare.
Nel 1988, l’Auxerre è di scena a Nantes, in coppa di Francia.
In difesa, tra le fila dei padroni di casa, c’è De Zaharian.
Un armeno naturalizzato francese, cresciuto anch’egli a Marsiglia.
E’ un duello senza esclusione di colpi con Cantona, vittima di una marcatura ai limiti del regolamento.
All’attaccante marsigliese saltano i nervi e, verso la fine della partita, colpisce l’avversario con un tackle violentissimo.
Seguono momenti concitati.
L’arbitro lo espelle.
Ai giornalisti, increduli, spiegherà di non essere minimamente pentito del gesto.
Gli viene comminata una squalifica di due mesi.
La sua esperienza all’Auxerre si esaurisce pochi mesi dopo.
Nell’estate del 1988, sono diversi club a cercarlo.
L’ Olimpique Marsiglia sborsa ventidue milioni di franchi e se ne aggiudica le prestazioni.
E’ cifra record per il calcio francese.
L’avventura marsigliese non procede però secondo le aspettative.
Durante un’amichevole contro la Torpedo Mosca, contrariato per una sostituzione, afferra un pallone e lo lancia verso la tribuna.
Tapie, inferocito, lo manda in prestito al Bordeaux sino al termine della stagione.
Nell’1989, il trasferimento, sempre in prestito, al Montpellier.
Le prestazioni sono ottime, viziate però dalle solite intemperanze.
Una discussione animata con un compagno di squadra, Jean-Claude Lemoult, degenera in rissa.
La grande maggioranza dei compagni ne chiedono la testa.
Provvidenziale si rileva l’intervento dei leader dello spogliatoio.
Si tratta dell’asso colombiano Carlos Valderrama, regista compassato ma stradotato tecnicamente, e di un centrale difensivo che farà parlare tanto bene di se, un certo Laurent Blanc.
I due intercedono presso la dirigenza e fanno valere il loro carisma.
Cantona, malgrado tutto, resta in rosa.
Il 2 giugno 1990 il Montpellier si aggiudica la coppa di Francia contro il Racing Club Paris.
E’ il suo commiato.
A Marsiglia si sono accorti che il ragazzo, per quanto difficilmente gestibile, sia un fuoriclasse di cui non si può proprio fare a meno.
Anche stavolta, però, le cose vanno male.
l’allenatore è il belga Guy Goethals, subentrato a Beckembauer e destinato a fare la storia del calcio marsigliese.
I due si detestano e non fanno nulla per nasconderlo.
La seconda esperienza marsigliese si chiude come la prima, ovvero nel peggiore dei modi.
L’anno dopo, la matricola Nimes, tra lo stupore generale, scuce 10 milioni di franchi e lo ingaggia.
Le aspettative sono alte.
Cantona però non riesce a ripagare la fiducia riposta.
Un infortunio lo frena e, al rientro, ne combina un’altra delle sue.
Nella gara contro l’AS Saint-Etienne, indispettito per una decisione arbitrale, scaglia la palla verso l’arbitro.
L’ambiente ora in Francia gli diventa ostile.
Troppe intemperanze, troppi scontri, troppi episodi clamorosi.
Dichiara pubblicamente di voler abbandonare il calcio per darsi alla sua grande passione, la pittura.
Arriva, provvidenziale, la telefonata di Platini.
Michel “Le Roi” Lo convince a tornare sui suoi passi.
Un talento cosi non può smettere a venticinque anni.
La carriera prosegue, ma, come inevitabile, lontano dalla Francia.
Arrivano chiamate da oltremanica.
Prima lo cerca lo Sheffield, ma gli dicono di aspettare.
E’ il Leeds United a cercarlo con più risolutezza.
I wtihes sono primi in classifica, ma hanno perso il loro centravanti titolare, Chapman.
Lo United di Ferguson è distante appena un punto.
La corsa per il titolo, senza un bravo attaccante, si preannuncia proibitiva.
L’affare si fa.
In West Yorkshire, Il suo rendimento è notevole.
L’11 aprile 1992, ad Elland Road, una prodezza lo consegna alla storia del Leeds United.
L’avversario è il Chelsea.
I londinesi vengono schiantati e il gol del definitivo tre a zero è una perla di rara bellezza.
Lob con l’interno destro, lob con l’esterno destro e diagonale vincente.
La palla non tocca mai terra.
A fine stagione, arriva il titolo inglese.
Ad agosto, è in palio la Charity Shied, contro il Liverpool.
Una sua “hat trick” decide la sfida.
Quattro a tre per i whites e coppa aggiudicata.
Sembra l’inizio di una lunga storia d’amore ma, in autunno, il giocattolo comincia a rompersi.
Il rapporto con i compagni inizia a deteriorarsi.
Il tecnico Howard Wilkinson lo accusa di non rispettare le regole.
Alex Ferguson lo viene sapere e gli offre di passare allo United.
Trovato l’accordo con il Leeds, l’affare si conclude.
Inizia la sua avventura a Manchester.
I reds, con il nuovo numero 9, conquistano la Premier per due anni consecutivi.
Il terzo anno, il duello al vertice lì vedrà soccombere contro una underdog, i Blackburn Rovers di Alan Shearer.
Il 25 gennaio 1995, lo United, secondo in classifica, affronta il Cristal Palace a Londra.
L’allenatore dei padroni di casa, Alan Smith, ordina al difensore Shaw di marcare Cantona ad uomo.
E’ una marcatura asfissiante, con qualche colpo di troppo.
Alla ripresa, Cantona reagisce all’ennesimo calcio e viene espulso.
Sembra dirigersi rassegnato verso gli spogliatoi.
All’improvviso, sente un grido dagli spalti.
Matthew Simmons, un giovanotto di South London, con svariati precedenti penali e di simpatie neonaziste, inveisce contro di lui: “torna in Francia, figlio di puttana”.
La reazione è furiosa.
Un calcio diretto al petto del tifoso.
Il magazziniere lo prende di forza e lo trascina via.
Seguirà una lunga squalifica e una condanna penale.
La scena va in mondovisione e lo espone ad un’attenzione mediatica senza precedenti.
In conferenza stampa, stizzito per l’eccessivo interesse in merito a quest’episodio, stizzito esclama: “Quando i gabbiani seguono il peschereccio è perché pensano che delle sardine stanno per essere gettate in mare“
Dopo la squalifica, ci sarà il rientro in campo, ma niente sarà più come prima.
A 31 anni, l’ultima partita da professionista, contro il West Ham.
Nessuno, in quel momento, immagina che lo sia.
L’annuncio del ritiro viene dato i giorni successivi.
Nessun commiato, nessuna festa d’addio.
Sarebbe stato troppo banale.
“Ho giocato a calcio fino a 31 anni, al calcio ho dedicato troppi anni della mia vita.”
Cosi risponderà a chi, incredulo, gli chiederà il motivo della sua decisione.

Gianpiero Parente

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(foto: lechampions.it)

 

Categorie:Sociale

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