Il testo della relazione di Mons. Mariano Crociata al XVII° Congresso Acli Latina


Ringrazio dell’invito a portare un contributo di riflessione, alla luce dell’insegnamento sociale della Chiesa, sul tema posto all’attenzione del vostro dibattito congressuale di Acli provinciali. Un titolo indicativo per il mio intervento potrebbe essere il seguente: Uguaglianza e partecipazione. È un argomento davvero molto ampio per essere trattato in maniera soddisfacente in questo contesto; lo lascio – il titolo – come riferimento di cornice per quanto proverò a dirvi. Vorrei, poi, scongiurare i rischi estremi e speculari cui si va incontro in questi casi: o attestarsi sui principi generalissimi o perdersi nelle questioni minute che l’argomento inevitabilmente abbraccia. Cercherò di muovermi tra questi due scogli. D’altra parte, l’orizzonte provinciale del vostro impegno culturale e sociale mi legittima a lasciare a voi lo sforzo di analisi e di proposta da sviluppare in rapporto al territorio. Cercherò di abbozzare un quadro introduttivo, per poi richiamare gli elementi essenziali dell’insegnamento del magistero nel confronto con due studiosi, e infine suggerire alcuni ambiti o prospettive di approfondimento.
La situazione
Stando ai dati dell’ISTAT, il nostro è uno dei Paesi con il più alto indice di disuguaglianza, che, come altri, può contare sempre meno sulla famiglia e sullo stato. Un confronto con il passato del secondo dopoguerra ci dà un’idea delle trasformazioni intervenute e delle difficoltà attuali. Il cosiddetto miracolo economico, grazie alla fabbrica, all’immigrazione interna e allo stato sociale, aveva prodotto un significativo sviluppo: sociale, in termini di crescita economica, ed etico, in termini di inclusione e di maggiore uguaglianza. Gli effetti erano evidenti negli ambiti dei servizi sanitari di base, nell’educazione, nelle pensioni e in generale nell’affermazione dei diritti umani. Sebbene riconosciuti nel loro valore di carattere universale, tali effetti e diritti oggi sono sempre meno garantiti. E i segnali sono vistosamente riconoscibili nell’affollamento crescente di alcune categorie fragili, come i nuovi poveri, gli stranieri immigrati, gli anziani non autosufficienti, le famiglie giovani con bambini. La crisi del 2008, con gli effetti devastanti di una finanziarizzazione dell’economia che sembra diventata strutturale, per non parlare degli effetti sul lavoro della rivoluzione informatica, ha reso impensabile una riedizione, e meno che mai un ritorno, dei modelli del passato.
Ho voluto richiamare questi dati elementari, che richiederebbero ben altre precisazioni e analisi da parte di chi ha competenze specifiche al loro riguardo, solo per evitare che l’evocazione di principi e valori non risulti irrealistica e, quindi, ininfluente nello sforzo di riflessione che ci vede impegnati. Di fatto l’insegnamento della Chiesa ha coniugato l’appello all’uguaglianza con le situazioni coeve che i suoi vari interventi incontravano ed erano chiamati a illuminare. Ma c’è di più: quella che a noi appare, anche alla luce della scarna scheda abbozzata, una questione meramente economica, in realtà presenta una complessità che non solo il magistero della Chiesa, ma anche la ricerca accademica, ha messo in sempre maggiore evidenza.
L’insegnamento sociale della Chiesa
Per fermarci al primo di questi, già il Compendio della dottrina sociale della Chiesa, pubblicato nel 2005, che riassume l’insegnamento dei papi fino a Giovanni Paolo II, a proposito di uguaglianza non si limita a indicare quella economica e sociale, ma vi associa quella tra uomo e donna e quella delle persone con disabilità. Le disuguaglianze non hanno solo carattere quantitativo, bensì anche qualitativo. Su questa linea si arriverà a capire che molte delle disuguaglianze quantitative hanno fattori, se non radici, di tipo qualitativo.
L’insegnamento della Chiesa vede nella creazione di Dio il fondamento della dignità di ogni essere umano e nel rapporto che ciascuno di essi ha con Dio il motivo della irriducibile uguaglianza di tutti gli esseri umani. Da notare che ciò che vale per le singole persone vale anche per i popoli, anch’essi uguali nella dignità e nella libertà. Questo fa intendere bene come la dimensione comunitaria sia condizione essenziale per il riconoscimento e la promozione dell’uguaglianza.
Di non minore interesse è l’accostamento che viene compiuto fra due valori, che nella tradizione laica occidentale viene fatta risalire alla rivoluzione francese, ma che oggi sono tendenzialmente dissociati, precisamente là dove il Compendio parla «della radicale uguaglianza e fraternità fra gli uomini» e, anzi, giunge a vedere in «un’autentica fratellanza universale» la condizione per attuare una piena uguaglianza tra di essi. Per queste ragioni, la solidarietà rappresenta il principio sociale e il valore morale in grado di assicurare la realizzazione di condizioni di uguaglianza. Sempre per stare al Compendio, va rilevata la connessione che esso indica tra sviluppo e cooperazione. Se lo sviluppo è la via per il superamento delle disuguaglianze tra popoli, e quindi tra gruppi sociali e singoli, la cooperazione viene indicata come lo strumento per il suo adeguato perseguimento. La collaborazione è «un dovere di tutti verso tutti».
È merito di papa Francesco aver evidenziato il meccanismo di esclusione e di scarto creato dall’odierno sistema economico e finanziario. Scrive al riguardo:
La crisi finanziaria che attraversiamo ci fa dimenticare che alla sua origine vi è una profonda crisi antropologica: la negazione del primato dell’essere umano! Abbiamo creato nuovi idoli. L’adorazione dell’antico vitello d’oro (cfr Es 32,1-35) ha trovato una nuova e spietata versione nel feticismo del denaro e nella dittatura di una economia senza volto e senza uno scopo veramente umano. La crisi mondiale che investe la finanza e l’economia manifesta i propri squilibri e, soprattutto, la grave mancanza di un orientamento antropologico che riduce l’essere umano ad uno solo dei suoi bisogni: il consumo.
Merito non minore è, poi, aver portato l’attenzione sul nesso tra degrado ambientale e disuguaglianza. Nella Laudato si’ il papa scrive:
L’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme, e non potremo affrontare adeguatamente il degrado ambientale, se non prestiamo attenzione alle cause che hanno attinenza con il degrado umano e sociale. Di fatto, il deterioramento dell’ambiente e quello della società colpiscono in modo speciale i più deboli del pianeta.
Questa succinta panoramica mostra la complessità del problema della disuguaglianza e insieme il nesso che lo lega alla responsabilità dei singoli e delle collettività. Una responsabilità che si esprime non solo, in negativo, nel sorgere di fenomeni di impoverimento e di esclusione, ma che può e deve attivarsi, in positivo, nel superamento di tali fenomeni.
L’apporto della ricerca accademica
A questo scopo è di grande interesse accennare a un paio di studiosi di economia che, proprio a partire dalla loro disciplina, hanno evidenziato i fattori extraeconomici di tante disuguaglianze anche economiche. Amartya Sen ritiene che ciò che definisce il benessere non è tanto il reddito, le risorse, la posizione sociale o altro, ma la capacità di perseguire liberamente tali obiettivi. Ciò che caratterizza l’essere umano, e la società umana, è la libertà, e la sua compiuta espressione consiste nella libertà di scelta in vista della realizzazione di sé. Precisa che non si tratta della libertà di scelta nel senso della libertà del consumatore, ma nel senso della libertà di perseguire le proprie preferenze future, il proprio stile di vita. A contare non sono soprattutto le acquisizioni materiali e non solo, ma le risorse e gli strumenti per la libertà. In breve, un “insieme di capacità” riflette la libertà di “scegliere fra le vite possibili”; un “insieme di bilancio” riflette solo la libertà di comprare merci, ma questa libertà non garantisce contro l’impoverimento e la disuguaglianza. Ciò che merita attenzione in questa teoria è che la povertà non è solo questione di reddito e che l’economia non è neutra rispetto all’etica. L’efficienza non può essere perseguita a scapito della giustizia.
Un altro studioso e premio Nobel, Joseph Stiglitz, in una recente pubblicazione dichiara che negli ultimi 35 anni le disuguaglianze sono aumentate. Esse sono frutto di precise concezioni economiche e scelte politiche, che hanno puntato a una crescita sempre più elevata, così elevata che ne avrebbero beneficiato anche coloro che appartenevano alle fasce sociali più basse. In realtà non si sono prodotti gli effetti sperati, anzi la crescita è rallentata e sono aumentate le disuguaglianze, perché non ci si può affidare solo a meccanismi economico-finanziari automatici. Non sono in pochi a constatare – e in questi giorni lo ha fatto anche il papa – che è cresciuta la sproporzione numerica tra ricchi che diventano sempre più ricchi e poveri – sempre più numerosi – che diventano sempre più poveri, e questo a livello locale e a livello globale.
Stiglitz sostiene perciò che se la disuguaglianza è il risultato delle nostre azioni, possiamo modificare le regole e invertire la rotta. E il primo dei modi, a proposito del mondo del lavoro e dell’impatto della rivoluzione tecnologica, è la diffusione di nuovi modelli formativi rispondenti alle esigenze dell’era digitale. Ad essere interessato, dunque, è innanzitutto il sistema formativo, sia iniziale che permanente. C’è bisogno di percorsi formativi che tengano conto dell’evoluzione del mondo del lavoro e che siano capaci di insegnare ai giovani a imparare e a diventare adulti in una società sempre più complessa.
C’è bisogno poi di innovazioni sociali che salgano dal basso, capaci di far fronte al vuoto politico o all’incapacità del mercato nel rispondere ai bisogni di masse crescenti di cittadini. Forme di imprenditoria sociale, comunità di cittadini che si organizzano per soddisfare vecchi e nuovi bisogni, per ottimizzare l’utilizzo delle risorse (umane e naturali), per garantire un miglioramento sociale e per realizzare soluzioni più soddisfacenti per i propri valori e per le proprie aspirazioni, operano nel senso del contenimento delle disuguaglianze economiche e sociali, favorendo al tempo stesso lo sviluppo delle comunità territoriali. Simili pratiche di innovazione sociale introducono anche nuove forme di decisione e di azione; permettono, infatti, di affrontare problemi complessi con iniziative di tipo reticolare, che utilizzano forme di coordinamento e di collaborazione.
Piste di approfondimento
Le stimolanti osservazioni che vengono da questi studiosi – che ho citato solo per indicare che una nuova sensibilità cresce ben oltre i confini ecclesiali e oltre il dibattito nazionale in Italia – ci permettono di individuare alcune piste di approfondimento. La prima di esse è una nuova considerazione della persona. Una considerazione che ne coglie tutte le dimensioni, al centro delle quali si colloca la libertà. L’idea secondo cui l’uguaglianza non consiste nel dare la stessa cosa nella stessa misura a tutti, ma nel dare a ciascuno secondo ciò che egli può meglio esprimere e realizzare, vuole porre al centro la figura di una persona che si mette in gioco pienamente secondo tutte le sue possibilità, per dare espressione alle sue capacità nel costruire una vita personale e sociale in cui dare il meglio di sé e conseguire un risultato che arricchisca tutti.
La seconda pista riguarda la formazione della persona. La questione educativa sta tornando al centro dell’attenzione collettiva, se mai se ne è potuta allontanare, perché la maturazione della libertà di scelta e della responsabilità di dare espressione alle proprie capacità è condizione di una società giusta e di eguali. Le due minacce, di fallimento del singolo e di disintegrazione della collettività, sono simultanee, inseparabili, come lo sono la realizzazione del singolo e la compaginazione ordinata della società. L’invito a stipulare un patto educativo tra tutti soggetti e le forze che hanno responsabilità nei confronti delle nuove generazioni, ha ormai molteplici sedi ed espressioni, a cominciare dall’iniziativa del papa fino a tutte le sue ramificazioni territoriali nella Chiesa e nella società. Dobbiamo sforzarci tutti di raccoglierlo e di attuarlo. Anche la presidente della Corte Costituzionale ha avuto modo, in una recente prolusione universitaria, di sottolineare il rapporto tra istruzione, educazione e democrazia, dicendo che
il tema dell’istruzione – l’alfabetizzazione prima, l’accesso alla scuola di ogni ordine e grado poi, fino alla formazione universitaria – è stato da sempre tra le questioni fondative delle moderna democrazie, anche se, come è stato osservato di recente, il tema dell’educazione “è diventato, oggi, la cenerentola – economica e ideologica – delle grandi questioni sociali, come se il futuro di un Paese non dipendesse innanzitutto da quanto – e come – si investe sulle proprie risorse umane”.
La terza pista tocca il coinvolgimento attivo della persona. Questo risulta da tanti fattori intrinseci alla considerazione della persona sia da un punto di vista religioso cristiano, sia da un punto filosofico e socio-economico, in sintonia con l’evoluzione della sensibilità umana e culturale del nostro tempo. Solo una persona attiva, responsabile e cooperativa può raggiungere realmente se stessa e la capacità di costruire insieme a se stessa la comunità di cui è parte. C’è, peraltro, una ragione storica a imporre tale coinvolgimento, e cioè l’incapacità delle strutture e delle istituzioni di rispondere compiutamente ai bisogni delle persone e delle collettività, aggravata dalla complessità delle società odierne dal punto di vista della comunicazione digitale e delle trasformazioni del lavoro – non ultimo per l’introduzione della robotica e dell’intelligenza artificiale – e quindi delle relazioni interpersonali. Tale coinvolgimento ha un dimensione personale e individuale, ma ha anche una dimensione sociale. Sul piano personale non può esserci vera crescita e vero sviluppo senza una partecipazione attiva. Sul piano sociale, solo forme aggregative dal basso sono in grado di rispondere alle nuove esigenze della complessità sociale e all’istanza di protagonismo nella libertà che caratterizza la nuova consapevolezza dei singoli e dei gruppi.
La reciprocità tra persona e comunità, tra singolo e collettività, è il punto su cui sfocia la mia riflessione. C’è bisogno di un rinnovato senso di coesione sociale e di comunità. Dobbiamo scoprire sempre di più l’importanza delle relazioni, dei rapporti, dei legami che tengono assieme una città, un territorio, un Paese. Per crescere ci vuole non solo domanda di beni di consumo, ma entusiasmo e gioia di vivere. Povertà e ricchezza non sono solo o tanto una faccenda di reddito e di beni, ma di capacità di fare, di trasformare le risorse in attività, libertà, sviluppo. Per tutto questo c’è bisogno di un nuovo patto sociale.
Le Acli hanno la responsabilità e l’opportunità di operare in tale direzione con i propri soci e con le proprie organizzazioni, ricordando e aiutando altri ad agire nella medesima direzione. Forme aggregative effettive (come corpi intermedi e articolazioni del Terzo Settore), per le relazioni dirette che le costituiscono, sempre più collegate con altre di analoga ispirazione, possono diventare un fermento che accoglie, plasma e fa crescere nuove generazioni desiderose di dare forma alla propria libertà e capaci di costruire beni personali e comuni, per sé, per altri, per tutti. Il territorio ha bisogno di essere rafforzato da queste reti. Ci sono potenzialità da risvegliare e speranze da sostenere e non deludere. A voi il compito di raccogliere la sfida e di trasformarla in progetti.

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Categorie:Sociale

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