AMBIENTE. PROCESSO VALLE SACCO, GIUDICE TIRONE: IL 19 MARZO LETTURA DISPOSITIVO


PENULTIMA UDIENZA A TRIBUNALE VELLETRI, AVV. DIFESA: “BETA-HCH SOSTANZA INNOCUA”

(DIRE) Velletri (Rm) – È attesa per giovedì 19 marzo
alle ore 15.30 la lettura del dispositivo del processo Valle del
Sacco giunto, dopo quindici anni e numerosi stop, al suo epilogo.
Ad annunciarlo oggi, nel corso della penultima udienza del
procedimento penale in corso al Tribunale di Velletri, il giudice
Luigi Tirone, chiamato a valutare la condotta di quattro imputati
per i quali il pubblico ministero, Luigi Paoletti, nell’udienza
del 14 ottobre, aveva chiesto due anni per disastro ambientale
innominato.
Sotto accusa, per l’inquinamento del fiume Sacco da
betaesacloroicolesano (beta-HCH, sottoprodotto del pesticida
lindano, ndr) in una vasta area compresa tra le province di Roma
e Frosinone oggi Sito di Interesse Nazionale (Sin), sono: Carlo
Gentile, ex direttore dello stabilimento industriale della
Caffaro a Colleferro; Giovanni Paravani e Renzo Crosariol, legale
rappresentante e direttore tecnico del consorzio Csc (Consorzio
Servizi Colleferro), azienda che gestiva lo scarico delle acque
della zona industriale di Colleferro, all’origine della
contaminazione della Valle del Sacco in base a quanto sostenuto
dall’accusa; e Giuseppe Zulli, ex direttore della Centrale del
Latte di Roma, che, secondo la Procura, nonostante fosse a
conoscenza che nelle mucche degli allevamenti che rifornivano
l’azienda c’era del lindano prima dello stato di emergenza
dichiarato nel 2005, non avrebbe avvisato le autorita’ sanitarie
competenti.
Due gli elementi, legati tra loro, che sono stati dibattuti
oggi nel corso delle discussioni delle difese e nella replica
affidata al pm e su cui ruota l’esito del procedimento: la data a
cui far risalire il disastro ambientale e, conseguentemente, i
termini di prescrizione; e la differenza tra contaminazione e
disastro innominato.  “Il problema di questo processo
e’ che e’ tutto attorno ad una sostanza innocua per l’uomo, per
questo dico: tanto rumore per nulla- dichiara nella sua arringa
il legale di Paravani, Marco Fagiolo, riferendosi al beta-HCH- Il
dottor Blasetti (Francesco, della Asl RmG, ndr) ha detto che
questo prodotto non crea patologie e che tutte le indagini fatte
in relazione alle alterazioni prodotte da questa sostanza nel
corpo umano non hanno sortito nessun effetto tale da poter
dimostrare che, a seguito del suo uso, si crei una patologia”. Il
“fatto non sussiste”, secondo l’avvocato della difesa, il quale
sostiene che la contaminazione, e il conseguente disastro
ambientale, non sarebbe da imputare “alle acque bianche e
meteoriche”, come sostenuto da pubblica accusa e parti civili, ma
all’utilizzo “del lindano come pesticida da parte degli
agricoltori” e al probabile “sversamento anomalo dei suoi residui
di lavorazione” da parte dell’azienda che produceva la sostanza,
l’allora Caffaro.
“Non ho dubbi sul fatto che la Caffaro debba essere ritenuta
responsabile della contaminazione per il solo fatto che il
lindano può provenire solo dalla Caffaro- sostiene l’avvocato di
Carlo Gentile, Mario Gebbia- L’esperienza di questi anni della
normativa sulle bonifiche ci ha fatto vedere tantissimi casi in
cui nasce l’obbligo di bonifica indipendentemente dalla colpa-
sottolinea, portando l’esempio delle diossine- Ricordiamo che la
prima normativa in assoluto sui rifiuti in Italia risale al 1982,
che non e’ proprio preistoria. Le aziende avevano cominciato a
fare chimica su questo territorio 80 anni prima e lo hanno fatto
creando discariche nate quando ancora non esisteva una normativa
sul controllo del percolato- continua Gebbia- a diretto contatto
con il suolo, ma autorizzate. In più forse ci sono stati
comportamenti illegali, alcune persone che hanno lavorato per la
Caffaro hanno parlato di interramenti in zone diverse di fusti di
lindano”.

giustizia-tribunale

(fonte foto: Dire.it)

Categorie:ambiente, salute, Sociale

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