A Parigi Mons. Mariano Crociata apre la Conferenza di Eza 2019


“Il futuro dell’Europa sociale” Relazione di Mons. Mariano Crociata

Seminario internazionale di studi,  “Un’Europa sociale e del lavoro. Il contributo delle organizzazioni dei lavoratori” –  Parigi, 14 maggio 2019

Tra crisi politica e senso di smarrimento
Non è difficile cogliere tra la gente dei nostri Paesi un senso di smarrimento e perfino di paura di fronte ai cambiamenti incalzanti e ai loro effetti imprevedibili che il mondo di oggi genera. Il fenomeno che da tempo viene chiamato ‘globaliz-zazione’ non solo ci convince che tutto è interconnesso, ma ci fa capire che i centri di potere e la regia dei processi decisionali sono anonimi o comunque remoti, e sfuggono in misura crescente non solo al singolo cittadino ma perfino agli stessi attori delle politiche nazionali. Le manifestazioni di malessere sociale che scop-piano improvvisamente, e talora con effetti che appaiono sproporzionati in con-fronto alle cause che le hanno scatenate, sono il segnale di una condizione di soffe-renza collettiva che si fa fatica a elaborare e a curare, perché muovono dal livello profondo di una coscienza collettiva disorientata e inquieta, nella quale gli strasci-chi di una prolungata crisi economica giocano un ruolo non marginale.
Lo sforzo di alzare lo sguardo per volgerlo al futuro, quando ancora si riesca da parte di molti a compierlo, deve partire dalla consapevolezza di tale condizione attuale e tendere ad una risposta attenta alle domande di aiuto che da essa salgono. Una risposta può essere trovata solo nella linea delle alleanze e della solidarietà, poiché nessun protagonista della scena sociale è nelle condizioni di dominare il tutto. Se, come scriveva un economista un po’ di anni fa, ‘piccolo è bello’, bisogna dire che il piccolo è bello finché non rimane solo, cosa che può valere perfino per una singola nazione, che da sola, nel mondo multipolare di oggi, rischia di subire il destino del proverbiale vaso di coccio tra vasi di ferro.
Una Unione Europea nata all’indomani della seconda guerra mondiale proprio dai principali responsabili della reciproca distruzione, come patto di pace e di cooperazione economica, oggi potrebbe trovare ragioni nuove per tenere insieme le nazioni che la compongono, riscoprendo e ridando sostanza alle motivazioni ideali e culturali che hanno nutrito i suoi inizi.
Manca purtroppo, in questa fase della storia dell’Unione, la capacità di vedere e di agire nel senso della sua coesione e della collaborazione come via per rispondere alle attese dei popoli. Solo un ritrovato spirito di intesa e volontà di progetti con-divisi può ridare fiducia nella possibilità di prendere in mano il destino comune e di guidare e condurre il cammino umano e sociale dei singoli popoli e di tutti essi insieme dentro la complessità del mondo globale.


Il ruolo insostituibile dell’associazionismo

I soggetti che dovrebbero assumere tale compito sono innanzitutto i rappresen-tanti dei popoli e i responsabili dell’Unione. Il Documento preparatorio di questo Seminario internazionale di studio riprende puntualmente le istanze che devono essere avanzate alle istituzioni in tema di pace, di lavoro, di uguaglianza. Ma non dovrebbe essere soltanto questo il frutto della nostra riflessione. Le società civili dei nostri Paesi non hanno solo bisogno di una rappresentanza politica adeguata; so-no chiamate ad esprimere la loro vitalità attraverso tutte le forme della libera ag-gregazione e della spontanea associazione, in maniera esemplare nel caso delle or-ganizzazioni dei lavoratori, per le finalità che servono a rendere migliore la vita dei singoli e delle collettività. Del resto, pur nella circolarità incessante tra élite e società, è una società civile vitale ad essere in grado di esprimere una rappresen-tanza politica all’altezza dei compiti dell’epoca.
Seppure insidiato dal ripiegamento nel privato e dalla perdita diffusa di tensio-ne ideale e culturale, il movimento associazionistico che aggrega liberi e consape-voli cittadini attorno a ideali e obiettivi comuni, ha la possibilità di correggere la deriva individualistica e di reagire al crollo della intermediazione tipici della odierna dinamica sociale, effetto dell’indebolimento dei corpi intermedi e di un abbaglio collettivo circa la favola della democrazia diretta. Tale semplificazione riduttiva dei rapporti all’interno delle nostre società finisce, essa pure, in realtà con l’alimentare la tensione sociale, perché la tendenziale delegittimazione o rimozio-ne dei corpi intermedi, illudendo di porre senza mediazioni a diretto contatto il vertice e la base, produce effetti devastanti dal momento che i singoli si ritrovano sempre più soli ed indifesi, e perciò inesorabilmente risucchiati nel vortice della paura e del malessere collettivo.
Realtà aggregative come le organizzazioni che voi rappresentate, assumono tanto più valore quanto più è difficile coinvolgere persone che tendono a rinchiu-dersi in un privato svuotato di mondo reale, persone per le quali il mondo ha solo dimensioni virtuali e commerciali, mentre i ritmi quotidiani consegnano gli indi-vidui a meccanismi di sgretolamento della socialità e di svuotamento della stessa libertà. Condizione di sopravvivenza, sia per i singoli sia per le comunità naziona-li, è la capacità di mettersi e stare in relazione e di costruire reti sociali che spezzi-no gli automatismi che paralizzano i rapporti e le mediazioni. Le persone, come le nazioni, che si consegnano all’isolamento e alla solitudine di un privato o di una presunta sovranità rassicurante e protettiva, alimentano – come prigionieri sog-giogati dai propri aguzzini – il meccanismo globalizzante da cui si illudono di di-fendersi.
Per questi motivi, è quanto mai necessario rafforzare le realtà associative conso-lidate da una lunga esperienza e quelle che possono trovare nuova fioritura e svi-luppo, per rompere la morsa delle solitudini, fare spazio alla solidarietà e alla crea-tività, dare vita a nuovi soggettivi collettivi capaci di orientare la vita delle società e il funzionamento delle istituzioni su vie di coesione sociale e di progresso eco-nomico e culturale. Il futuro dell’Europa sociale può avere in esse un punto di for-za determinante per il suo positivo dispiegarsi.


La dottrina sociale e il lavoro
Queste preoccupazioni e indicazioni si muovono nell’alveo della dottrina socia-le della Chiesa che, per noi credenti, rappresenta il punto di riferimento per la tra-duzione delle istanze della fede negli ambiti della vita sociale, economica e politi-ca. Essa è anche il criterio che ispira l’azione della Commissione degli Episcopati dell’Unione Europea nel suo rapporto con le istituzioni dell’Unione e, per altro verso, con le espressioni dell’associazionismo ecclesiale o di ispirazione cristiana. Il servizio della Comece, che è regolato dall’articolo 17 del Trattato sul funzionamen-to dell’Unione Europea, nella versione consolidata del 2016, ha il carattere di un «un dialogo aperto, trasparente e regolare» con le istituzioni dell’Unione.
Uno dei più recenti contributi offerti dalla Commissione a questo dialogo isti-tuzionale è un documento sul futuro del lavoro in Europa. In esso il lavoro, con-siderato come «parte integrante dell’identità umana», viene presentato come mi-nacciato da una crescente polarizzazione tra lavoro altamente qualificato e lavoro routinario, per effetto della digitalizzazione e dell’automazione, dalla flessibilità che ne compromette la sicurezza, dai confini sempre più indistinti tra vita profes-sionale e vita privata. Il documento argomenta che c’è bisogno, invece, di model-lare la transizione digitale ed ecologica verso una visione europea comune di un mondo del lavoro decente, duraturo e partecipativo per tutti. È opportuno ag-giungere che ormai si impone sempre di più il tema dell’evoluzione dei mestieri, che passa non solo dalle tecnologie, ma anche dalla capacità di interpretare le pro-fessioni in maniera ibrida, tra capacità tecnica e funzione sociale, creando innova-zione professionale, ma anche coesione sociale. Il pieno impiego, poi, è un obiet-tivo primario per costruire una società giusta e inclusiva. Esso suppone condizioni economiche e scelte politiche precise, ma la sua valenza sociale è, come appare evidente, di primaria grandezza.

Il compito educativo
È altrettanto evidente che non ci si può limitare a enunciare principi e fare ap-pello alle istituzioni, chiedendo una economia sociale di mercato orientata al ser-vizio della persona, riconosciuta nella sua dignità, e del suo sviluppo integrale. Il destino del continente interpella anche la società civile, nella coscienza dei singoli e in particolare nella responsabilità dell’associazionismo. Il primo di questi è il compito educativo, che non tocca solo l’ambito lavorativo, ma soprattutto non in-teressa solo le prime tappe della vita, bensì deve divenire una costante che arricchi-sca lo sviluppo della persona lungo l’intero corso dell’esistenza. Fa parte di questa formazione la presa di coscienza che le decisioni che assumiamo sul nostro modo di lavorare e di vivere hanno un impatto, non solo economico, sulla qualità della vita delle nuove generazioni, intaccano i diritti delle generazioni future, produco-no degli effetti sulle persone che vivono in altre regioni del mondo. Deve, perciò, essere considerato un compito non secondario delle associazioni di ispirazione cristiana, e in genere di quelle a movente ideale e culturale, coltivare una tale co-scienza, che trasmette il senso etico con cui abitare la dinamica sociale. Nell’intreccio tra bisogno di lavoro e compito educativo una attenzione puntuale e costante deve essere rivolta alla famiglia.


Bisogno di Europa
Dobbiamo chiederci che cosa vediamo nel futuro che sta dinanzi a noi e come pensiamo di affrontarlo. Il mio contributo, elaborato sullo sfondo della dottrina sociale della Chiesa e del magistero di papa Francesco, si propone di sottolineare tre ambiti che sono destinati comunque a determinare il futuro, con potenziali ef-fetti preoccupanti per i Paesi europei. Il motivo di queste preoccupazioni è dato dalla fragilità da cui è afflitta l’Unione, e l’intero continente, a causa della scadente consistenza della sua coesione, della mancanza di visione comune e dell’assenza di capacità progettuale condivisa. Uniti dalla moneta e dalla libera circolazione delle merci e delle persone, i Paesi dell’Unione possono vantare una consolidata tradi-zione culturale, ma il grado della loro integrazione politica e istituzionale è ancora largamente deficitaria rispetto alle sfide che il mondo di oggi presenta; e ciò che per tutti i Paesi, dove più dove meno, costituisce un problema, per quelli europei diventa una difficoltà moltiplicata e più insidiosa per la inadeguatezza di singoli Stati a farvi fronte. Gli ambiti a cui mi riferisco sono quelli dell’emigrazione, dell’ambiente, della digitalizzazione e intelligenza artificiale. Mi soffermerò solo sulla prima, per i suoi nessi diretti e urgenti con i processi di evoluzione sociale e politica in corso.


Il fenomeno migratorio
Ciò che va osservato a suo riguardo è innanzitutto la percezione non conforme alla realtà e non sufficientemente avvertita della serietà del fenomeno migratorio; non conforme alla realtà, per via delle distorsioni prodotte dalla deformazione del-la comunicazione ideologizzata e strumentale circa i dati numerici e i fatti di cro-naca che lo rappresentano; non sufficientemente avvertita, per la superficialità con cui viene trattato un processo destinato ad essere di lungo periodo e che dunque chiede una risposta all’altezza della sfida, non emotiva e non semplicistica.


La dimensione religiosa
La presenza soprattutto dell’immigrazione di religione musulmana registra un po’ dappertutto l’insorgere di rigurgiti identitari a carattere religioso. Si oppone cioè un’Europa cristiana per fare muro a una ondata che minaccerebbe di islamiz-zazione le nostre nazioni. Tale contrapposizione è puramente strumentale, poi-ché non ha nessun interesse all’identità cristiana dell’Europa, ma solo al rifiuto del nuovo, dell’estraneo, del diverso. Una identità religiosa e culturale dovrebbe di-fendersi per la forza di convinzione che anima le coscienze che ne sono portatrici, e solo secondariamente per i mezzi con cui eventualmente si attrezza. Il paradosso sta infatti nel carattere sostanzialmente anti-cristiano o semplicemente non cristia-no della cultura che si serve dei simboli della tradizione cristiana per contrapporsi all’immigrazione islamica. Di cristiano, i fautori di tale contrapposizione, hanno solo i simboli e l’etichetta, non certo la fede e la cultura, tantomeno l’appartenenza ecclesiale, che hanno respinto spesso in nome di un laicismo che ora incautamente disseppellisce un cristianesimo ormai rimosso nella sua sostanza religiosa e cultu-rale, ridotto ad un involucro vuoto e privo di vita.


Un problema europeo
Da questo punto di vista il dramma sta nella rimozione del patrimonio non so-lo spirituale e dogmatico, ma anche etico e culturale trasmesso dalla tradizione cri-stiana. In ogni caso si tratta di una operazione che può al massimo giovare alle fortune passeggere di qualche politico di turno, non certo ad affrontare, e prima ancora a capire, un fenomeno epocale come quello migratorio. Un fenomeno che qualcuno non ha esitato a definire una vera e propria rivoluzione – «una nuova ri-voluzione» , scrive Ivan Krastev – capace di minacciare e sgretolare il processo di unificazione europea, per l’incapacità o la mancanza di volontà di valutarne ade-guatamente la portata e di affrontarlo e governarlo adeguatamente. Che si tratti di una sfida per l’Unione europea risulta evidente dalla impossibilità di una singola nazione di gestire in maniera risolutiva le ondate di una mareggiata che non sem-bra volersi placare. Di converso, l’incapacità a trovare una risposta concertata alla questione migratoria denota una debolezza politica grave e contribuisce a un pro-gressivo sfaldamento dell’Unione. Del resto, il modo come anche i singoli Paesi hanno cercato di gestire l’immigrazione è rivelatore di una inconsistenza culturale, morale e giuridica prima che politica.
Quella migratoria è la «crisi più importante di tutte – scrive ancora Krastev – […]. Sola crisi autenticamente paneuropea, essa rimette in questione il modello politico, economico e sociale dell’Europa». Essa trova le nazioni europee in una tensione a tuttora irrisolta tra inclusione ed esclusione, uguaglianza e discrimina-zione, diversità e uniformità, apertura e chiusura. Quella che si presenta è l’immagine di un’Europa a due facce, la cui incapacità a trovare una sintesi ha la sua radice nella impostazione dettata dal modello del lavoratore ospite del secondo Dopoguerra e nell’economicismo che caratterizza l’approccio di fondo anche alla questione migratoria. Ciò che ne risulta è l’incapacità di sanare una contraddi-zione profonda che attraversa l’anima di un continente nel quale si è sviluppata e cresciuta la cultura dei diritti e della uguaglianza universale.


Il rinnegamento dell’universalità
Due motivi singolarmente rivelatori sono quelli – peraltro inseparabili – dei confini e dei diritti umani. Gli stessi confini fisici, abbattuti quelli interni con la creazione di un unico spazio europeo, rischiano di tornare dopo la chiusura o la limitazione di quelli esterni a nuovi ingressi. Ancora di più, i confini simbolici e identitari fanno esplodere le contraddizioni e sono destinati a innescare processi regressivi. Scrive Laura Zanfrini che è «la simultanea presenza del principio in-clusivo dei diritti umani universali e della prerogativa dello stato-nazione di esclu-dere gli “indesiderabili”» a rivelare la fragilità del paradigma che sta alla base dell’Unione. Il discorso universalistico che i diritti umani pretendono di svolgere viene svuotato dalla delineazione dei confini tra ‘noi’ e ‘loro’, poiché la loro ap-plicazione sperimenta limitazioni e restrizioni che, quando non sono formali e istituzionali, si riscontrano quanto meno nelle dinamiche delle ordinarie relazioni sociali. Così i migranti sperimentano sulla propria pelle la contraddizione di vede-re considerati illegittimi, se non immorali, quei comportamenti che cercano di conseguire il modo di vivere proprio degli europei, fatto di libertà politica e di si-curezza economica.
L’universalità dei diritti e la dignità della persona umana si rivelano per certi versi gusci vuoti, poiché alla prova dei fatti – con la presenza massiccia di immi-grati – risulta che i diritti non sono di tutti e le persone non hanno uguale dignità. Si tratta di comporre i principi che hanno ispirato la nascita e lo sviluppo dell’Unione Europea, ma prima ancora forse la civiltà dei diritti in un orizzonte che coinvolgeva tutto l’Occidente, con una improrogabile esigenza di allargamen-to degli orizzonti al mondo intero. Gli immigrati «annunciano un futuro in cui i confini nazionali non segneranno più i confini della vita e dei progetti dei popo-li».


L’anima cristiana come progetto
Si comprende che la smentita o almeno la lacerazione profonda delle fonda-menta ideali su cui è edificata non solo l’Unione ma l’intera civiltà occidentale, in-fligge una ferita che denuncia la gravità della crisi; andando avanti così, «l’Europa rischia di rinunciare alla ‘difesa’ della sua più profonda identità, quella che ha ge-nerato i concetti di dignità individuale, di giustizia sociale, come pure l’idea di una solidarietà istituzionalizzata». Ci vuole un’anima per avere e coltivare le ra-gioni di uno stare insieme. Un’anima che era condivisa alle origini dai fondatori della allora Comunità europea e che faceva dire a Romano Guardini, come ri-chiamava ancora recentemente Massimo Cacciari, che «l’Europa diverrà cristiana o non esisterà mai più»; e ancora: «Se quindi l’Europa deve esistere ancora in av-venire, se il mondo deve ancora aver bisogno dell’Europa, essa dovrà rimanere quella entità storica determinata dalla figura di Cristo». Non è più in termini di archeologia che questo deve essere affermato, ma piuttosto in termini di «proget-to», che i credenti dovrebbero sentire come loro peculiare compito nel confronto con le altre presenze ideali che animano il dibattito culturale e politico nell’arena europea.


Responsabilità ecologica
Questo confronto, che assume il metodo e lo stile del dialogo, tocca anche gli al-tri due grandi temi sopra evocati. Temi che ancora di più sfuggono alla presa di una visione comprensiva che spesso gli stessi esperti fanno fatica a dominare e di-vulgare, e non di rado anche a spiegare senza incappare nei furori ideologici pron-ti a esplodere sulle questioni più vitali del nostro tempo. Il caso della questione eco-logica è in tal senso esemplare. L’unica cosa su cui è difficile dissentire – anche se non manca chi lo faccia – è l’inesorabile progressivo deterioramento delle condi-zioni ambientali, ormai a livello planetario. Merita essere citata in questo contesto almeno una affermazione che papa Francesco pone all’interno dell’enciclica Lau-dato si’, punto di riferimento indispensabile per affrontare, non solo in prospettiva cristiana, il tema dell’inquinamento ambientale e orientarsi alla cura di quella che egli chiama la «casa comune»: «La società, attraverso organismi non governativi e associazioni intermedie, deve ob¬bligare i governi a sviluppare normative, proce-dure e controlli più rigorosi». Questa indicazione, che ancora una volta interpella le organizzazioni qui rappresentate, ha la sua imprescindibile premessa nell’invito che il papa rivolge a «educare all’alleanza tra l’umanità e l’ambiente». La correla-zione tra animazione pedagogica e culturale e sollecitazioni alle istituzioni è un criterio di metodo che si profila costante nella responsabilità dei corpi intermedi nelle nostre società per tutti gli ambiti di cui essi sono chiamati a occuparsi.


Il dialogo come metodo e come stile

Su tutte le indicazioni di metodo e di stile, a qualificare il cammino per il futuro di un’Europa sociale deve essere quella del dialogo, già evocato, e su di essa vorrei concludere il mio intervento. Sarebbe errato considerare il dialogo in maniera me-ramente strumentale, come ripiego in una situazione difficile, o espediente e quasi tattica all’interno di una strategia difensiva che non abbia i mezzi e le forze per agire altrimenti. La verità non è certo il frutto di un accordo, una sorta di media democratica delle opinioni correnti. Tuttavia va preso atto che oggi la possibilità non solo di convivere pacificamente, ma soprattutto di pervenire ad una acquisi-zione condivisa di idee, valori, visioni, progetti, è legata ad un percorso di con-fronto rispettoso e leale tra soggetti convinti e competenti. È questo un aspetto da non sottovalutare, poiché non raramente si arriva a pensare che per dialogare bi-sogna rinunciare o annacquare le proprie convinzioni. Vale il contrario. Soltanto convinzioni solide e argomenti validi possono stare al tavolo del dialogo e, soprat-tutto, tenerlo in piedi. Il vuoto di pensiero e di motivazioni non offre nulla su cui dialogare. Per questa ragione il maggior pericolo per la convivenza viene dalla perdita delle storie, delle tradizioni, delle culture, delle convinzioni. Bisogna piut-tosto conoscere e conoscersi. Una delle esigenze maggiori che in modo particola-re le religioni presentano oggi è quella di alimentare la cultura che la fede genera o nella quale essa si inserisce trasformandola e animandola. Il fanatismo attecchisce sempre su un fondamentalismo rozzo e semplificatorio, o là dove la religione vie-ne piegata ad interessi ad essa estrinseci che la riducono a strumento per altri fini.


Dialogo religioso, sociale e civile
Il dialogo è richiesto nei più diversi ambiti e situazioni della vita sociale. Un ruolo non secondario giocano i dialoghi inter-culturale, inter-religioso ed ecume-nico. Il papa ce ne offre un esempio quasi quotidiano, trapuntando di eventi signi-ficativi il cammino della Chiesa nel nostro tempo ai vari livelli, nazionale, euro-peo, mondiale. Un esempio significativo è rappresentato dall’evento promosso dalla Segreteria di Stato vaticana e dalla Comece, nell’ottobre 2017, quando furo-no convocati in Vaticano rappresentanti del mondo ecclesiale, socio-economico, politico e culturale a confrontarsi sul futuro dell’Europa, a “ri-pensare l’Europa”, dando luogo a un ricco confronto che ha animato il percorso di persone e istitu-zioni aprendo nuove prospettive al cammino europeo.
Una parola ancora credo debba essere detta sul dialogo sociale, su cui il papa ha avuto modo di esprimersi nell’evento sopra citato: «Favorire il dialogo – qualun-que dialogo – è una responsabilità basilare della politica, e, purtroppo, si nota troppo spesso come essa si trasformi piuttosto in sede di scontro fra forze contra-stanti. Alla voce del dialogo si sostituiscono le urla delle rivendicazioni. Da più parti si ha la sensazione che il bene comune non sia più l’obiettivo primario perse-guito e tale disinteresse è percepito da molti cittadini». Il documento della Come-ce sul futuro del lavoro auspica un dialogo sociale tra lavoratori e datori di lavoro su un piede di uguaglianza per dare forma all’ambiente di lavoro, ma anche a un dialogo sociale e civile che porti le politiche europee a un equilibrio tra gli interessi degli uni e quelli degli altri. Mentre si deve chiedere che i partner sociali e gli at-tori della società civile, nonché le organizzazioni, da quelle del mondo del lavoro a quelle ecclesiali, siano consultate dalle istituzioni deputate a elaborare e mettere in atto le necessarie politiche sul lavoro, bisogna che il dialogo si estenda come forma di convivenza tra tutti i soggetti della società, oltre che tra le persone in tutti gli ambienti. Le organizzazioni del mondo del lavoro e le associazioni della società civile hanno in questo ambito una responsabilità peculiare, che oggi deve essere as-sunta per ragioni non solo sociali, ma anche morali e culturali, poiché è in gioco il futuro dell’Europa. Ed è in gioco perché è a rischio, il rischio che viene dagli egoi-smi, personali, associativi, regionali e nazionali. Le vostre organizzazioni non possono sottovalutare questa responsabilità, innanzitutto sul piano della vita civi-le, ma poi perché dalle vostre file possono venire figure nuove di attori della attuale e futura vita pubblica.
Il pessimismo non deve però attecchire tra noi, seppure quanto abbiamo detto non manchi di destare preoccupazioni. Il pensiero che, più di ogni altro, deve ac-compagnarvi è, allora, che ci sono tra voi risorse morali e potenzialità ideali che hanno solo bisogno di essere risvegliate e coltivate. Convinti, come dice papa Francesco, che «persona e comunità sono dunque le fondamenta dell’Europa che come cristiani vogliamo e possiamo contribuire a costruire», dobbiamo assumere un atteggiamento positivo, non limitandoci a deplorare la perdita della cultura cri-stiana e delle sue radici di fede, e nemmeno limitandoci a denunciare che senza la fede e la sua cura anche la cultura che da essa è nata è destinata a deperire, ma cer-cando piuttosto di sostenere tutto ciò che promuove quella figura di persona e di società che hanno plasmato l’Europa, e possono garantire un futuro alle nazioni, alle comunità e alle persone.

Mons. Mariano Crociata – Roberto Rossini, Presidente nazionale Acli

Categorie:Sociale

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