Scrittore Sumero: lo spirito di Apollo, Sophrosyne

Ero su una strada piena di lastroni, credo che fosse l’antica Flaminia nella misteriosa città di Carsulae, camminavo tra querce secolari e prati verdi, imponenti costruzioni antiche rese scomposte dal tempo e dalla storia.

Scomposte come si usa dire nei buoni ristoranti per le millefoglie o i tiramisù, una alchimia culinaria per offrire un tocco di allegro movimento alla dolcezza del piatto.
Procedo con il mio passo svelto, una volta Omero avrebbe detto Piè Veloce, ma quello era il soprannome di Achille, un’altra storia.
Lui era Acheo, io Sumero.
Mentre cammino, scende la sera, ma non me ne curo, procedo senza indugio con l’illuminazione delle Sette Pleiadi.
Una delle Pleiadi è più opaca, meno luminosa, sembra che abbia sposato un umano.
Hanno ragione alcune donne a spegnersi allora, non a tutte tocca una divinità.
Le Pleiadi erano sette sorelle, figlie di Atlante  e della oceanina Pleione, avevano amabili occhi neri e furono trasformate dagli dei in stelle, per sfuggire alla caccia del gigante Orione.
Mentre guardavo le stelle mi venne in mente che i lupi guardano le stelle, ma ululano alla luna, solo alla luna.
Io preferisco le stelle.
Comunque, mentre avanzavo, incontro una persona, una donna, giovane, magra, dai capelli corvini e gli occhi neri amabili come una delle Pleiadi.
Una ragazza; la saluto, mi saluta.
Mi chiede se fossi io lo Scrittore Sumero.
Come mi conosci?
Ti riconosco, mi dice guardandomi negli occhi, mi hanno detto di venirti incontro.
Possiamo parlare?
Certo, e la feci accomodare prendendo posto tra dei megalitici come fossimo in una sala riunioni.
Dopo la mia fredda reazione, rispetto a quell’apparizione improvvisa, le chiedo di raccontarmi.
Nel frattempo spirano in me venti di curiosità e dubbi.
Lo stesso calore che si anima degustando un bicchiere di Etna Rosso.
Sorride e mi dice che cercava me perchè la accompagnassi alla ricerca di un patrimonio perduto: il Sophrosyne.
La guardai con gli occhi di chi vuole entrare nei suoi, penetrare intensamente nelle sue pupille per catturarne il pensiero, e le dico che sarebbe bene affrontare questa ricerca con attenzione e lentamente.
Le dico di occupare uno spiazzo su quei rilievi verdeggianti dal quale vedere la vita nella civiltà.
La invito a scrutare l’umanità con quegli occhi di un malizioso incanto quasi sconfinanti nella ingenuità.
Ad apprezzare all’orizzonte la differenza tra casa e casa, tra ogni persona ed ogni cosa.
A comprendere la differenza, le differenze, abbandonando la cultura della indifferenza.
Dunque, in greco Sophrosyne vuol dire diaframma sano, lo spirito mitologico della prudenza, della riflessione, della riservatezza.
Lo spirito che animava Apollo, il dio del sole, delle arti, della profezia, della musica, della poesia e delle capacità mediche.
Ti dico, amica mia, il Sophrosyne è in tutti, in ognuno, sta a noi curarlo e coltivarlo.
No, amica mia, non guardare verso Palazzo Chigi, ora, lì questo spirito non è assolutamente di casa, una volta si, oggi è emigrato.
Se non ricercassimo il Sophrosyne, allora non godremmo della mugnificenza di Apollo.
Cosa ci facciamo di una vita senza il sole, senza la profezia, senza le arti e senza l’attenzione per il benessere?
Quando Apollo si arrabbiò agli uomini regalò la peste.
A Delfi la sacerdotessa di Apollo era una donna, la Pizia, ella vaticinava il futuro sull’ombellico del Mondo.
Mi chiedo se sia tu a raccontarmi cosa succederà.
Lei mi guardò e disse, hai ragione, le stelle indicano la strada, non la luna.
Questa è la differenza tra l’uomo e l’animale; l’animale abbaia alla luna per istinto, l’uomo elabora l’astronomia, legge le stelle, si orienta, riflette sulle indicazioni astronomiche.
Il  Sophrosyne è il respiro vivo, sereno, di chi cammina sotto le stelle.
Lo spirito della prudenza, della riflessione e della riservatezza, questo anima chi viaggia con un orientamento, quello dei marinai veri.
I lupi che ululano alla luna si fanno sentire nel branco, ma poi sveglieranno i cacciatori.

Scrittore Sumero


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