Wimbledon 1980

Non so come successe, ma mia madre riuscì ad avere in regalo un biglietto per i quarti di finale di Wimbledon del 1980.

Non ci furono occasioni per sfruttare quella notevole opportunità (mai più ricapitata) ed allora, come gran parte degli amanti delle sfide sportive, vidi quell’indimenticabile edizione del torneo di tennis più leggendario del mondo davanti alla tv.

Il torneo si gioca sull’erba, come si sa, ed alle partite finali si può dire che viene giocato quasi sul prato e quasi sul terreno, visto che l’erba sparisce sotto il gran pedalare che fanno i giocatori nelle loro partite.

In quel torneo si stava cambiando la storia del tennis ma nessuno lo aveva ben compreso.

L’orso svedese Bjorn Borg era apparso sui rettangoli di gioco con la racchetta 8 anni prima ed aveva mandato in fumo tutto il repertorio del bel gioco fatto di colpi di mano, smorzate, veroniche, tocchi di polso beffardi, effetti e voleè che avevano reso celebre questo gioco, simile più ad una corrida che ad una sfida tra atleti che usano la forza e la precisione.

Regolarmente, da fondo campo, impugnando a due mani vinceva lui.

Sempre lui, infaticabile, mai un sussulto, concentratissimo, forte su ogni palla, mai un reclamo, tenace, preciso, biondo con i capelli lunghi legati in una coda e bello da far impazzire le ragazze di tutto il mondo.

Quell’altro era un ragazzetto moro, americano, riccio (che poi rimase pelato), i suoi capelli li teneva a posto con una fascia rossa, aveva un muso da imbronciato e si era fatto notare anche per il suo pessimo carattere e per la sua costante e rabbiosa tendenza a manifestare irritazione.

Si chiamava John, John Mc Enroe ed ha sepolto la storia del tennis dei bei tempi, essendone stato l’ultimo inarrivabile interprete.

Il 14 luglio di quell’anno finirono a sfidarsi per la prima volta in una finale dei 4 tornei del grande slam (Parigi, Londra, New York e Melbourne).

L’incontro fu titanico, combattuto, ricco di colpi di scena e di punti splendidi ed ebbe una lunga coda nel finale, che è passata alla storia dello sport come la finale dei match point.

Ben 5 per Borg (che comunque salvò 6 set ball contro ed alla fine vinse per 8-6 il decisivo quinto set) solo nel tie break di quel penultimo set (finito 18 a 16 per l’americano) che impressionò a tal punto lo svedese che a soli 24 anni meditò da quel momento di ritirarsi. Cosa che fece l’anno seguente ad appena 26 anni, totalmente svuotato di tensione e non più pronto ad affrontare un simile scontro.

Anche se aveva perso, Mc Enroe aveva sconfitto per sempre il metronomo svedese, l’uomo che non sbagliava quasi mai, che voleva essere perfetto, che dettava la legge del più forte su quasi tutti i campi del mondo.

E  così, quell’irriverente e fastidioso demoni etto, pur perdendo, vinse grazie alla sua magnifica capacità di rimanere in partita sempre e comunque e di affidare al talento ed alla genialità, al tocco imprevedibile, alla rapidità di scelta quella sua indomabile fame di vittoria bella, senza limiti se non quelli dettati dal campo (che gli sembrava sempre troppo stretto).

Questo per ricordare che non si deve cedere mai finché si è in partita e che l’unica cosa che si deve temere è la propria debolezza.

Una volta che dovesse venire fuori, una volta che tutto quello su cui hai puntato risulta essere un castello di sabbia pronto a franare, franerà di lì a poco tempo.

Inesorabilmente.

Come nella politica.

El Merendero
Borg- Mc Enroe finale Wimbledon 1980

 


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