Verso le elezioni. Crisi della politica senza consenso e senza valori. Per il recupero di una “tradizione creativa”

La gente si è stancata di una politica che ha rinunciato ad ogni visione del mondo e si è ridotta a mera gestione dell’esistente, declassando la democrazia a <<dittatura dell’opinione pubblica manipolata che legittima ogni forma di demagogia posta al servizio degli interessi dominanti sul piano economico e finanziario>>. 
Alle tradizionali classi sociali è subentrato un gelatinoso “ceto medio” che nulla ha della classica borghesia e che produce una “colloidale cultura” che avviluppa i giornali, l’università, la televisione, l’editoria, il dibattito intellettuale, livellando ed equiparando tutti i valori un una melassa uniforme e facilmente digeribile che smussa ogni reale contraddizione ed esclude ogni elemento capace di mettere in discussione l’ordine imperante. 
UN NUOVO TOTALITARISMO 
“Siamo alla totalitaria eliminazione di ogni tensione morale; è un relativismo che mette tutto insieme e allo stesso livello: pornografia e prediche sui valori familiari, fumisterie esoteriche e superstizioni, un po’ di Cristianesimo e un assaggio di Buddismo, volgarità plebea e volgarità pseudo aristocratica, madonne che piangono e veline che discutono con filosofi.
E’ il trionfo dell’indifferenza e dell’intolleranza verso ogni ricerca di verità che appare come un pericolo per la propria piatta sicurezza (v. Claudio Magris – Corriere della Sera – 12/12/2000 pag. 53)”. 
E’ sempre più diffuso il convincimento che la scienza ci darà tutta la verità e la tecnica risolverà tutti i problemi. 
Così la politica abdica alla sua funzione di dare corpo ai valori della persona in modo che il cittadino “concorra al progresso materiale o spirituale della società” (art. 4 Cost.). 
La forma prevale sulla sostanza, la comunicazione prescinde dai contenuti, le formule e le alleanze annullano le identità, la rabbia e i rancori prendono il posto del dibattito, del confronto, del ragionamento e del rispetto reciproco.
IL DOMINIO DELL’ECONOMIA FINANZIARIA E LE GRANDI DISEGUAGLIANZE 
Da ciò una crescente disaffezione di quella parte dell’elettorato che non si rassegna ad una politica “priva di senso” che ha rinunciato a dare una “visione della vita” fondata su valori comuni. 
La conseguenza è il progressivo dominio dell’economia finanziaria sulla sovranità popolare e l’aumento incontrollabile delle “diseguaglianze”. 
Si promettono riforme fantasiose per la attuazione dei diritti costituzionali (lavoro, casa, assistenza, equità fiscale, giustizia, retribuzioni e pensioni dignitose, sviluppo, PIL, riduzione del debito pubblico, contributi per i meno abbienti, ecc.ecc.) ma in realtà le uniche vere riforme che si realizzano sono quelle elettorali che riducono sempre di più gli spazi di partecipazione e di rappresentanza dei cittadini. 
In tal modo la politica, anziché guidare l’opinione pubblica sulla base di un progetto condiviso e di respiro costituzionale la asseconda tentando di inseguire pulsioni, rabbie, insoddisfazioni, paure e speranze con promesse impossibili la cui mancata realizzazione determina ulteriori distacchi dalle Istituzioni, accrescendo la presenza di movimenti abili nel cavalcare la protesta ma incapaci di formulare proposte credibili. 
La crisi dei partiti è nello stesso tempo la causa e l’effetto di questa deriva politica. 
IL TRAMONTO DEI PARTITI E DELLA PARTECIPAZIONE POPOLARE 
I partiti si sono sempre rifiutati di ottemperare all’art. 49 della Costituzione che prescrive la loro “democraticità” per far si che i cittadini concorrano a determinare la politica nazionale (la c.d. partecipazione permanente). 
Negli ultimi anni, poi, hanno subito una ulteriore deriva verticistica che ha praticamente eliminato ogni garanzia di effettiva partecipazione sostituendo gli organi eletti dagli iscritti con ristrette oligarchie prive di legittimazione democratica. 
Anche le “primarie” indicate come strumento di autentica partecipazione popolare sono risultate come fatto di immagine privo di regole e garanzie pubblicistiche. Venuto meno il ruolo di partito come “mediatore” tra l’elettorato e le Istituzioni, il consenso politico si è andato formando attraverso le suggestioni di una comunicazione “drogata” che ha parlato più alla “pancia” che alla “mente” dei cittadini. 
Dove sono prevalsi rancori, paure, ansie, speranze e preoccupazioni anziché ragionamenti legati a valori e principi. 
Da qui un diluvio di promesse pseudo-rivoluzionarie, di proposte per cambiamenti palingenetici e di impegni per un rapido e sostanziale miglioramento del tenore di vita che urtano contro insormontabili barriere economico-finanziarie. 
Con, in parallelo, l’enunciazione di una strategia punitiva nei confronti delle classi più agiate. 
Con proposte legislative incostituzionali che servono solo a raccogliere consensi elettorali nella consapevolezza che non potranno essere approvate e che, anche se lo fossero, verrebbero annullate dalla Corte Costituzionale.
QUALE SOCIETA’? 
Cadute le ideologie del ‘900 nessun partito sembra in grado di proporre un progetto di società con un programma credibile. 
Il fallimento del collettivismo marxista-leninista e l’esaurimento del capitalismo trasformatosi in un turbo-capitalismo finanziario hanno fatto venir meno entrambe le utopie:quella della giustizia senza libertà e quella della libertà senza giustizia. 
Dinanzi alle gravi “diseguaglianze” che vediamo crescere in maniera intollerabile, questa politica non sa dare risposte e la gente si rifugia negli egoismi personali, familiari, territoriali ecc. ecc. facendo venir meno quel sentimento di comunità che è l’elemento fondante di un popolo.
Probabilmente il 5 marzo registreremo un aumento della rabbia, della delusione e dell’allontanamento della gente dalla politica. 
Con schieramenti elettorali che non saranno in grado di dare al Paese un governo adeguato e capace di fornire indicazioni coraggiose, precise e veritiere sulla situazione socio-economica e sulla strada da intraprendere.
Detti schieramenti, tenuti insieme più da motivi di potere che da reali ragioni ideali e politiche non reggeranno dinanzi all’aggravarsi delle diseguaglianze, alla crisi sociale che ne conseguirà e alla natura dei provvedimenti legislativi che sarà necessario assumere. 
Probabilmente si disarticoleranno e nasceranno nuovi schieramenti che rappresenteranno la contrapposizione tra due blocchi sociali: quello dei garantiti e quello dei ceti meno abbienti. 
Sarebbe la sconfitta dei valori della nostra Costituzione:principi di solidarietà, di eguaglianza e di mediazione che rappresentano i cardini della nostra Comunità. 
CHE FARE: LA “TRADIZIONE CREATIVA” 
Innanzitutto ritengo che si debba andare a votare perché questo voto anche se “dimezzato” rappresenta l’ultima testimonianza di una sovranità popolare sempre più limitata.
Poi credo ci si debba preparare per il dopo perché diventerà essenziale recuperare una politica che sia realmente popolare (e non populista) in quanto fondata sulla presenza di partiti democratici (e non padronali) che sappiano interpretare le nostre grandi tradizioni storiche, costituzionali, ideali e culturali. 
E quando parliamo di “tradizione” non intendiamo fare riferimento ad una ipotesi conservatrice bensì ad un progetto che, mantenendo saldi i valori di riferimento, sia in grado di cogliere l’esigenza di adeguamento di tali valori ai cambiamenti e allo sviluppo della società. 
E’ la c.d. “tradizione creativa” capace di coniugare le radici della nostra storia con i “tempi nuovi che avanzano”. 
publio fiori

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