Lo STREET FOOD: Italian sud style

ago nero

“Questo popolo ama i colori allegri, esso che abbellisce di mappine sgargianti  i cavalli dei carri, che si adorna di pennacchietti nei giorni di festa, che porta fazzoletti scarlatti al collo, che mette un pomodoro sopra un sacco di farina  per ottenere un effetto  di vivacità  e che ha creato un monumento di ottoni scintillanti, di legni dorati, di limoni fragranti, di bicchieri e bottiglie, un monumento che è una vera festa degli occhi: il banco dell’acquaiolo.”
Questo piccolo acquerello dipinto con le parole è stato scritto da una delle donne italiane più intraprendenti e sensibili de secolo scorso: Matilde Serao.
Scrittrice, giornalista e imprenditrice, con pochi tratti descrive una delle magie gastronomiche inventate dal popolo napoletano per la città di Napoli. Il “Banco’ill’Acqua”, ovvero l’apoteosi, a mio modesto giudizio, del tanto celebrato e apprezzato genere di nutrimento che si chiama “STREET FOOD”. 

Per Street Food, letteralmente “cibo da strada” si intende la possibilità di potersi nutrire e dissetare per le vie della città, a  prezzo irrisorio, rapidamente e senza dover occupare un posto seduto ad un tavolo apparecchiato, senza servizio al tavolo insomma. E Napoli è la città italiana che meglio incarna il vero spirito del più noto STREET FOOD. Il carrettiere  con il pentolone che offre “ O bruoro e’ purp’ “ (Brodo di polipo: ovvero una corroborante bevanda calda composta di ristretto di acqua di cottura del polipo verace, con alloro e pepe servito anche con “a’ cianfa” ovvero il tentacolo cotto) oppure l’altro carrettino che offre “O’ pere, e O’ muss” , che poi altro non sono che parti di maiale con la cotenna, cotti e serviti con sale e abbondante limone, sempre rigorosamente in strada. Su un piattino di carta, arrotolati nella carta paglia o nei bicchieri, con pane o senza ma solo ed esclusivamente in strada. Fanno parte di questa tradizione Italiana anche il panino con il Lampredotto di Firenze (ma anche di Pisa e Livorno), il Cartoccio di castagne e la Grattachecca Romaneschi, il Panino con la “Meuza”( Milza bovina) Sicliano (Palermo e Catania) ed il Morsello (soffritto di corata di maiale) di Catanzaro.
Non è mai cibo per stomaci impressionabili, soprattutto perché gli standard di sicurezza odierni sono ben sotto il limite minimo garantito , ma è certamente espressione di una cultura, di una storia che in fin dei conti vedeva  le persone vivere  gran parte del proprio tempo fuori e molto poco in casa propria (spesso una sola stanza), a volte senza la possibilità di avere un impegno e a volte perché troppo impegnati per potervi far ritorno per pranzo o cena.
Lo Street Food è molto diffuso nelle grandi città dell’Asia, dove forse ha la sua massima espressione di varietà , a cui spesso noi occidentali non siamo né abituati né invogliati, vista la forte discutibilità degli  ingredienti e la pessima igiene nel  come vengono conservati e offerti. Negli Stati Uniti è caratterizzato dal Panino con Hot dog (wurstel di vario genere), come  in Messico dai Tacos ripieni.
In ogni caso mai, in nessun luogo della terra che a me venga in mente esiste qualcosa di geniale, appariscente e a suo modo utile del Banco dell’Acuqaiolo di Napoli, la capitale  indiscussa della creazione dello  Street Food nel mondo.

Agostino Mastrogiacomo


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