A scuola di verità e fiducia

“La verità (…) non si guadagna veramente quando è imposta come qualcosa di estrinseco e impersonale; sgorga invece da relazioni libere tra le persone, nell’ascolto reciproco”. È quanto sottolinea papa Francesco, ricordando come sia determinante il patto educativo tra scuola, famiglia e chiesa per la formazione di giovani adulti, aperti al dialogo, alla vita e al discernimento della verità. Tale riflessione si rintraccia nella commedia statunitense “17 anni (e come uscirne vivi)” (2017) di Kelly Fremon Craig, storia di un’adolescente sola e dispersa (anche a livello mediale), che riacquista fiducia in sé e nel prossimo grazie all’incontro con un insegnante attento e pronto all’ascolto. Il film è stato scelto come nono titolo proposto dall’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali e dalla Commissione nazionale valutazione film della CEI per il ciclo dedicato alla 52a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali.

Uscire dalla tempesta dei “17 anni” grazie a un bravo educatore
“17 anni (e come uscirne vivi)” (“The Edge of Seventeen”, 2017) ha segnato l’esordio alla regia per Kelly Fremon Craig, autrice anche della sceneggiatura. Una storia adolescenziale fuori dagli schemi narrativi abituali, che cerca di cogliere con originalità il fermento emotivo dei giovani oggi in cerca di risposte, ma soprattutto di ascolto e tenerezza. Determinante diventa il ruolo giocato dalla scuola.
È la storia di Nadine (la brava Hailee Steinfeld), che urla tutto il suo disagio per i suoi 17 anni, chiusa in una famiglia anaffettiva, segnata dalla morte del padre, dove troviamo una madre, Mona (Kyra Sedgwick), distratta e concentrata sulle proprie debolezze, e un fratello chiuso nel sua corazza-orgoglio Darian (Blake Jenner). A scuola le cose non vanno meglio, perché Nadine trova difficoltà a legare con i compagni, aggirandosi sempre sola e pronta a “tormentare” con le proprie insicurezze il prof. Bruner (convincente Woody Harrelson).
Per una serie di equivoci e imprevisti mediali, la vita di Nadine sembra precipitare ancora più in basso. A instillare però fiducia e coraggio nell’affrontare il domani c’è accanto a lei proprio il suo insegnante, Bruner, che le ricorda l’importanza di affetti e dialogo.
È un film colorato, pop, frizzante “17 anni (e come uscirne vivi)”, che affronta temi seri mantenendosi in equilibrio sulla leggerezza. Si parla di ragazzi incerti, spaesati su quale strada percorrere nella vita, con poco o quasi nullo dialogo a casa, in famiglia. Ragazzi che coltivano l’audacia dell’amore libero, ma si rivelano anche lì impreparati e non consapevoli dei legami, delle sfumature dei sentimenti. Giovani dunque profondamente soli che trovano troppo rifugio nella piazza virtuale, dove mostrano volti di fragilità insieme a maschere di sfrontatezza.
Cosa ci regala di bello il film? L’importanza decisiva della scuola, che diventa soglia di incontro e salvezza per una giovane. Una scuole che agisce in sintonia con le altre agenzie educative della società, come famiglia e parrocchia. La presenza di un bravo educatore, appassionato al suo mestiere, pronto a mettere davanti a tutto il rapporto con gli studenti, permette alla protagonista Nadine di sentirsi compresa e accompagnata nel sentiero più difficile della propria esistenza. Il film di Kelly Fremon Craig si muove così con una narrazione fluida e accattivante, superando piccole scivolate di ingenuità, a favore di un respiro generale compatto e valido, virato in chiave positiva.
Nell’insieme “17 anni (e come uscirne vivi)” è film adatto per dibatti e occasioni educational, che ben si inserisce nella riflessione sul tema della 52a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, “La verità vi farà liberi (Gv 8,32). Fake news e giornalismo di pace”. La comprensione della verità e il discernimenti in un mondo comunicativo e informativo disseminato da notizie mimetiche, viziate da falsità, si ottengono grazie a un dialogo aperto ed educativo, giocato in casa, in classe e in oratorio.

Valutazione pastorale della Commissione film Cei:
Kelly Fremont Craig dirige un’opera prima intensa e suggestiva. Risulta felice la scelta di individuare in Nadine il prototipo di una generazione prigioniera di uno strisciante, implacabile pessimismo. Nadine comincia con la felicità di aver trovato l’amica del cuore in Krista, che però diventa da dimenticare quando lei comincia una storia con il fratello di Nadine, Darian. Delusione, rabbia, singhiozzo strozzati, e la sensazione che la vita ponga ostacoli insuperabili. In lite con i coetanei, Nadine lo è ancora di più con la madre, vedova di un padre che la ragazzina ricorda con affetto. Insomma tutte le cento sfumature delle delusioni sentimentali sono attraversate dalla ragazzina tra sogni e ricordi. Ne esce una radiografia fatta di malinconia e rammarico, la sensazione che qualcosa stia sfuggendo di mano e che lei/lui non siano in grado di fermarlo. Bello, a questo proposito, il personaggio di Bruner, professore di poche parole, solitario e poi a casa marito e padre attento e consapevole, anch’egli figura esemplare di adulto solo all’apparenza distratto e superficiale. Nadine combatte, sgomita, lotta contro un nemico invisibile: la vita, con la quale si impara col tempo a prendere le giuste misure. Dal punto di vista pastorale, il film è da valutare come consigliabile, problematico e da affidare a dibattiti.

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