Arance amare, che passione!

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Cedrangole. Melangole. Sono i nomi dialettali delle Arance Amare in uso nelle colline che  fanno da cornice all’Agro Pontino e Romano. Sono alberi sempreverdi, mai troppo alti, dal fusto torcuto e dalle foglie spesse, verde cupo che hanno fatto e fanno ancora ornamento nelle piazzette, nei cimiteri, lungo i viali a tornante che danno la vista al paesaggio circostante.  Sono resistenti al vento ed al freddo e raggiungono latitudini che la versione “dolce” non è in grado di sopportare. I loro frutti sono tondeggianti, dalla buccia rugosa e spessa, di un colore arancio deciso, profumatissimi in modo quasi stordente se sfregati. In primavera inoltrata danno fiori bianchi che caricano l’aria di quell’intensità che al mio naso risulta appena sopportabile, tanto è forte e buona. E i loro frutti sono ricchi di storia ed hanno avuto un ruolo importate nella storia dell’umanità che viveva nel mediterraneo ed in tutta l’Europa. Le arance amare erano preziose, perché erano uno dei carichi che in un bastimento, destinato ad attraversare il mare per qualche mese, non poteva mancare. A meno che non si volesse esporre tutto l’equipaggio ad una grave malattia da disvitaminosi : lo scorbuto. Ebbene l’acido ascorbico presente nelle arance amare serviva per combattere lo scorbuto, altra medicina non esisteva né per i marinai né per i comandanti.
Basti pensare che la Provenza era ricolma di questi alberi che ben sopportavano il Mistral, il famoso e forte veto che dall’Atlantico arriva nel mediterraneo passando proprio da quelle parti. Ci misero qualche secolo le arance per diventare dolci, prima erano solamente arance amare. Sia che venissero da Nizza o da Siviglia, da Bastia come da Cadice sempre amare erano. Gli innesti che vennero dalla Persia le resero dolci, gustose, amabili e debolucce. Al punto che l’areale di diffusione si è molto limitato e la Piana di Fondi è da considerarsi l’ultimo avamposto delle arance dolci italiane. Oltre gli Ausoni solo qualche alberello a ridosso dei Lepini e poi… fine. Solamente arance amare, le uniche che sanno tenere il passo delle latitudini. Ma ecco la storia che vi voglio raccontare: Perché tutte le marmellate in lingua inglese si chiamano JAM e l’unica che si chiama MARMALADE è quella di Arance Amare?
Pare che le cose siano andate così. Si sa, la storia lo dice chiaramente, che tra le due cugine Elisabetta  prima, Regina d’Inghilterra e la cattolicissima Maria Stuarda, Regina di Scozia, non corresse buon sangue. Tanto che la prima, protestante, fece imprigionare la seconda e pare la temesse non poco anche da prigioniera. Ebbene sembra che la prigioniera Maria ordinasse di continuo bastimenti interi di Arance amare dal suo collega Re Carlo quinto di Spagna,  cattolico pure lui. Da Valencia, Cadice, Cordoba fino ad Edimburgo( ancora oggi il porto del nord Europa dove arrivano le arance) era tutto un andare e venire di navi cariche di queste arance, ovviamente destinate a rifornire altri bastimenti. Ma la quantità era tale da insospettire la suscettibilissima cuginetta Elisabetta che, ben conoscendo le tendenze cospiratrici della non amata cugina, ebbe a dire che tanto uso facesse supporre una dipendenza, una malattia, quindi un complotto. Da cui MARIE_ MALADE, conseguentemente diventato Marmalade. E dopo vent’anni la speranza dei cattolici nel nord Europa Maria Stuart, ci rimise la testa. Naturalmente non esiste un solo documento che certifica la validità di questa storia ma considerato che ne passano di ben più fantasiose, anch’esse prive di  qualsiasi certificazione che non sia posticcia, come l’esistenza delle sirene, la mancanza di sfericità della terra, il motore ad aria e acqua che produce ossigeno e idrogeno da rimescolare, la fusione fredda, il complotto dei sette finanzieri che vogliono affamare i popoli e depauperare la terra, a me questa sembra molto ma molto più carina.
A bien tout.

Agostino Mastrogiacomo


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