Lotta tra magistrati sul dominus Cerroni

A leggere gli articoli di stampa di questi giorni sembra quasi di vivere in due realtà spazio-temporali diverse. Da una parte infatti c’è la notizia della sentenza del Tar che condanna la Regione Lazio (che per logica dovrebbe ricorrere al Consiglio di Stato) a versare nelle tasche di Cerroni 37 milioni di euro per le tariffe non adeguate nel periodo 2002-2005 relative al conferimento nella discarica di Malagrotta. Dall’altra c’è l’intervento del presidente dell’autorità nazionale anticorruzione Raffele Cantone che ha parlato di un “monopolio di fatto “ e del “sistematico mancato rispetto delle regole in materia di trasparenza di codice degli appalti” proprio riferendosi alla gestione dei rifiuti della Capitale.

Insomma da una parte la Regione Lazio avrebbe obbligato il dominus Cerroni (che in una recente intervista a La7 ha risposto a una domanda del giornalista così: “non mi deve convincere nessuno dei rifiuti, sono io il rifiuto”) a dei prezzi troppo bassi e dall’altra però avrebbe facilitato la creazione di un monopolio indiscusso nel sistema dei rifiuti che ha portato, tra l’altro, all’utilizzo della discarica di Malagrotta come contenitore di rifiuti tal quale, che è costato non solo la chiusura dell’invaso (che non è chiaro ancora quali danni abbia provocato ad ambiente e salute) ma anche a una multa milionaria da parte dell’unione europea.

Involontariamente, insomma, si sta creando su Roma uno scontro tra “magistrature” che sembrano navigare su binari paralleli senza però avere una visione di insieme.

Una visione d’insieme che vede Roma bloccata in un ciclo di rifiuti tutt’altro che chiuso e l’intero Lazio in sofferenza. Colpa certo non addossabile, non interamente almeno, all’imprenditore Cerroni che come tale ha cercato il profitto per la propria holding. Di fatto però la regione si trova costantemente sull’orlo del baratro, una situazione borderline pronta a involvere in emergenza.

Basta guardare la situazione romana per capire come una nuova crisi sia dietro l’angolo: la Capitale non ha più discariche a disposizione; la raccolta differenziata non va certo bene e gli impianti di trattamento (due su tre di Cerroni) bastano a malapena per lavorare i rifiuti di cinque milioni e mezzo di abitanti. Basta la minaccia (cosa fatta dallo stesso Cerroni poco meno di due settimane fa) di fermare un impianto per rischiare di sommergere Roma dai rifiuti. La risposta più “efficace” negli ultimi mesi è stata quella di autorizzare un tritovagliatore, di una società legata a Cerroni, a Rocca Cencia. Un sistema, è bene ricordarlo, che in sostanza non lavora il rifiuto, lo sminuzza, ed è quindi vecchia e non adatta agli attuali standard richiesti dall’Unione Europea. Se a questo si aggiunge che gran parte dei rifiuti vanno a finire a Frosinone, nella discarica Mad di Valter Lozza (ormai candidato a diventare il nuovo monopolista del mercato) il quadro si fa ancora più preoccupante. Non per considerazioni imprenditoriali ma di fatto: la discarica Mad infatti è sotto monitoraggio dalla fine dell’estate per un possibile inquinamento di terreno e falde acquifere. Qualora il monitoraggio dovesse dare esito positivo quella discarica andrebbe bonificata e difficilmente potrebbe continuare, nel frattempo, a incamerare rifiuti. Dove verrebbero portati? Domanda, a oggi, senza risposta.

Luce de Andrè


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