Il finto compost e la verdura “plasticata”

Che qualcosa non vada, nelle campagne attorno a Pontinia, lo si capisce dalla puzza. Non la classica puzza da letamaio (tipica per quanto poco gradevole) delle zone di campagna e delle aziende agricole. Il miasma è diverso, ha il sapore dell’urina e dell’ammoniaca. Il vento non aiuta a geolocalizzarne l’origine ma basta seguire dei camion per capirlo. Nella zona sono almeno tre le aziende agricole che hanno deciso di “ospitare” il compost prodotto dall’impianto di trattamento di rifiuti organici Sep di Mazzocchio. Una sversamento massiccio, almeno a detta dei residenti, che non è chiaro se finisca sulle colture o semplicemente sui terreni attorno a queste.

A preoccupare, come detto, sono però i cattivi odori: odori che non dovrebbero esistere se il processo di compostaggio fosse andato a buon fine. Per compostaggio infatti si intende un processo biologico di tipo aerobico nel corso del quale i microrganismi presenti nell’ambiente attaccano e degradano la sostanza organica contenuta nelle materie prime utilizzate nella preparazione della miscela avviata al processo. I microrganismi traggono così energia per le loro attività metaboliche, dando origine a una serie di reazioni biochimiche che liberano prodotti finali come acqua (inizialmente sotto forma di percolato e poi di vapore acqueo), anidride carbonica, sali minerali e, dopo alcuni mesi di trasformazione, sostanza organica stabilizzata ricca di humus, definita compost o compostato (dal latino compositum – costituito da più materiali). Nel campo industriale tutto questo processo viene velocizzato e controllato ma, e questo rappresenta il vero problema, non porta alla produzione di compost di qualità. Perchè negli impianti non finisce solo ciò che i cittadini buttano nel bidone dell’organico ma anche scarti di mense e cucine e scarti industriali, fanghi provenienti dai depuratori che a loro volta contengono di tutto, dalla plastica a metalli pesanti a sostanze chimiche. Anche se il processo fosse realizzato a regola d’arte insomma il prodotto non sarebbe certo un fertilizzante naturale biologico, seppur legale.

Sostanze che difficilmente possono essere eliminate tramite un processo del genere permangono poi in quantità maggiori se il processo di trattamento non viene svolto rispettando i giusti tempi e i giusti modi. Al termine della maturazione il compost dovrebbe aver assunto una colorazione scura, dovrebbe produrre pochi odori e il rivoltamento del cumulo non dovrebbe indurre effetti di rilievo.

Cosa che, almeno in provincia, accade ben poco visti i miasmi che ad oggi non si limitano più ad infestare la zona di trattamento. Già perché come accennato, gli stabilimenti, che devono liberarsi del prodotto finito, non trovano spazio sul mercato (in pochi vogliono quel tipo di compost) e sono costretti a imponenti sversamenti in ampi terreni distanti anche diversi chilometri dagli stabilimenti di produzione. Secondo alcuni testimoni sarebbero peraltro ben visibili, nel compost sversato, residui plastici e altri solidi che pure non dovrebbero essere presenti in tali prodotti fertilizzanti.

Resta poi il dato economico: per smaltire i rifiuti organici, in media ogni comune, per tonnellata conferita agli stabilimenti, spende circa 120 euro. Se il prodotto fosse di qualità gli stabilimenti non dovrebbero avere problemi a venderlo alle aziende agricole che quindi dovrebbero pagare per poterlo spandere sui propri terreni. A oggi invece, ed è questo il caso dei terreni nei dintorni di Pontinia, le aziende agricole non solo non pagano per lo sversamento (che per l’impianto di trattamento significa spese per il trasporto) ma anzi, in alcuni casi, potrebbero anche aver concordato un prezzo per tonnellata ricevuta, un po’ come accade, per intendersi, nel caso di conferimento in discarica.

Un sistema quindi inceppato con gli stessi agricoltori che rischiano di veder cadere a picco il valore dei propri terreni impossibilitati a produrre alimenti marchiati Dop proprio a causa dell’utilizzo di fertilizzante proveniente da lavorazione industriale. A preoccupare, soprattutto i cittadini, è poi la poca chiarezza: dagli atti autorizzativi della Regione Lazio infatti appare chiaro come tali stabilimenti e i prodotti derivanti dalla lavorazione dei rifiuti non dovrebbero emettere miasmi. La realtà è invece ben diversa con le istituzioni che non effettuano i controlli richiesti dai cittadini. Ne è un esempio quanto accaduto proprio attorno allo stabilimento Sep, autorizzato poco prima dell’estate dagli uffici regionali diretti dalla dottoressa Flaminia Tosini (riconfermata nel suo ruolo nel mese di giugno), ad aumentare la quantità giornaliera di rifiuti conferiti, e poi sottoposto a dura critica da un altro ufficio della Regione Lazio, precisamente la direzione regionale ambiente e sistemi naturali area conservazione e tutela qualità dell’ambiente, che ha espressamente richiesto di verificare gli odori molesti che stanno inondando, da settimane, il territorio di Pontinia. Nel documento firmato dal funzionario tecnico Federico Silvestri e dal dirigente di area Aldo Palombo si legge espressamente: “si invitano codeste spettabili amministrazioni (Comune di Pontinia, Provincia di Latina, Asl e Arpa) come già fatto con precedente nota del 20/04/2016, a coordinarsi e ad effettuare sopralluoghi presso il sito della società Sep per verificare lo stato di insalubrità dei luoghi dovuto a miasmi e a mettere in azione interventi volti all’eliminazione degli stessi, finalizzati a ripristinare condizioni di salubrità dell’aria accettabili per la popolazione residente nei dintorni del sito e da tempo vittima dei cattivi odori”. Il tutto nel silenzio del presidente Nicola Zingaretti che non ha mai risposto alle numerose lettere ed email certificate inviate dai comitati cittadini sparsi per la pianura pontina. Un silenzio che spesso contagia anche i primo cittadini delle zone (vedasi quelli di Aprilia e Nettuno per il caso Kyklos) che non hanno affrontato i cittadini scesi in piazza e, nel caso del sindaco Terra, solo invocato, tramite una nota stampa, più controlli allo stabilimento che ora convive con un presidio permanente dei residenti.

Luce de Andrè

 

 

 

 

 

 

 


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