AGCI LAZIO SOLIDARIETA’ aderisce alla proposta Di UNIAT/CESLAM sugli Sportelli di Solidarietà abitativa

COMUNICATO STAMPA AGCI LAZIO SOLIDARIETÀ

Aderiamo all’appello e alla proposta di UNIAT / CESLAM su gli sportelli di solidarietà abitativa. È incredibile che di fronte a eventi noti e presenti nella città da anni si possa arrivare a soluzioni cosi rozze e coercitive, e chi ha responsabilità politiche e organizzative sia latitante nel condividere soluzioni rispettose di una civile e solidale convivenza.
Sono i Cittadini Organizzati che presentano proposte, innovazioni sociali, strumenti di convivenza, sostituendosi alle Isituzioni visibilmemte incapaci di affrontare la complessità del contemporaneo. Brilla il silenzio della Politica e dei Partiti, tutti timorosi di bruciarsi trattando i problemi contraddittori della immigrazione e abbaddonando di fatto a se stessi sia i deboli della terra arrivati tra noi sia i cittadini italiani in difficoltà.
Un capolavoro di ipocrisia e passività.

AGCI LAZIO SOLIDARIETÀ
Eugenio de Crescenzo

Comunicato stampa UNIAT – CeSLAM

Per una rete di sportelli della solidarietà abitativa

Dopo i fatti di Piazza Indipendenza uscire dalla cultura dell’emergenza e costruire quella dell’integrazione

Le forze dell’ordine hanno sgomberato a Roma, in Via Curtatone, il palazzo-gioiello che dagli anni Cinquanta costituiva il quartier generale della Federconsorzi. Dopo 25 anni dal rovinoso fallimento, una società subentrata al colosso agricolo ha richiesto legittimamente la disponibilità del bene. Lo sgombero attesta un nuovo fallimento: questa volta del Campidoglio. Da quattro anni il palazzo-gioiello era divenuto uno squallido ricettacolo di persone senza tetto. Naturalmente abusivo e senza un regolare contratto con la proprietà. E negli ultimi tempi si era riempito di rifugiati e richiedenti asilo con le proprie famiglie. Luogo in cui vivevano tante mamme e tanti papà coi loro bambini. Molti anziani, donne incinte, disabili. Persone munite di protezione internazionale e regolarmente ospitate nel nostro Paese. Numerosi lavorano nelle cucine dei nostri ristoranti e molte donne fanno le badanti nelle nostre case. I loro figli frequentano le nostre scuole. Alla giunta Raggi il ministero dell’Interno aveva assegnato 130 milioni di euro per trovare soluzioni alternative alle “occupazioni”. Ma quei fondi non sono mai stati utilizzati.

È discutibile che, in tale situazione, si sia giunto ad un atto coercitivo. Ha perfettamente ragione mons. Paolo Lojudice, vescovo ausiliare di Roma e delegato Migrantes della Conferenza episcopale del Lazio, quando mette in risalto “l’inadeguatezza del termine ‘sgombero’, usato per macerie e rifiuti e non adatto alle persone”. “Stiamo rivelando – osserva – il vero volto delle nostre intenzioni: liberarci di qualcosa, o forse di…qualcuno. Ma è pura illusione: quelle persone esistono, sono vive, in carne ed ossa, respirano, mangiano…: sono come noi”. Non è buonismo, è senso di umanità.

Bene hanno fatto gli amministratori del Municipio II a prendere l’iniziativa di costituire il tavolo di coordinamento per affrontare questa emergenza umanitaria. Spetta, infatti, all’ente locale di prossimità del territorio dove l’emergenza si è verificata a svolgere questa funzione. Bisogna riuscire a portare a quel tavolo tutte le istituzioni interessate e prendere in esame tutte le soluzioni possibili, nel rispetto delle leggi e con il coinvolgimento pieno delle persone interessate. Questo è il compito della politica.

L’Uniat, Associazione di promozione sociale impegnata nella tutela del diritto alla casa, insieme al CeSLAM, Centro Sviluppo Locale in Ambiti Metropolitani, e ad altre Associazioni impegnate sul tema della cittadinanza attiva, vogliono essere componente responsabile della società civile e avanzano una proposta per affrontare questa emergenza.

E, nel farlo, le suddette Organizzazioni pongono innanzitutto un problema generale di cui acquisire piena consapevolezza: nell’accogliere, proteggere, sostenere, promuovere e integrare i rifugiati e i richiedenti asilo dovremmo tutti abbandonare le logiche emergenziali e perlustrare soluzioni normali, che in certe realtà si perseguono spontaneamente, mentre in altre, con contesti più complessi come quelli esistenti nelle aree metropolitane, andrebbero accompagnate con politiche attive adeguate.

In molti quartieri di Roma ci sono famiglie che vivono sotto la soglia di povertà. Spesso si tratta di anziani che vivono da soli e che sarebbero disponibili ad offrire piccole abitazioni o a dividere quelle in cui risiedono. Che siano studenti fuori sedi o immigrati per loro fa lo stesso. Ci sono comunità di immigrati (come la cinese e la bengalese), i cui componenti, quando arrivano, trovano con facilità soluzioni abitative perché sorretti dalle loro reti di solidarietà. Gli immigrati di altre comunità non trovano alcun sostegno. E questo avviene perché le amministrazioni pubbliche e le organizzazioni del terzo settore che si occupano delle cosiddette “emergenze abitative” degli immigrati lo fanno nella logica dei centri di accoglienza. Gli stessi luoghi “occupati” abusivamente, per dare un tetto alle famiglie che ne sono prive, sono organizzati come “centri specializzati di accoglienza”.

La proposta che si avanza è quella di progettare un servizio per la ricerca di case di piccole dimensioni, i cui proprietari che versano in condizioni di disagio economico sono disponibili a metterle a disposizione per fornire una casa alle famiglie di rifugiati e richiedenti asilo. Naturalmente queste abitazioni dovranno avere dei requisiti minimi per ospitare i migranti: una griglia mediamente pari a quella di altre abitazioni affittate a migranti e che la pubblica amministrazione riconosce come luogo di residenza. Una volta individuate queste unità, il servizio dovrà occuparsi di mettere in relazione le famiglie dei migranti e i proprietari degli immobili individuati per verificare la conciliabilità delle esigenze delle une e degli altri.

Si tratta di costituire una rete di sportelli della solidarietà abitativa che deve essere finalizzata a normalizzare la soluzione del problema della ricerca della casa per i rifugiati e i richiedenti asilo. E ad ottenere, indirettamente, un altro risultato importante: diffondere la cultura dell’integrazione come azione di sviluppo, di promozione umana, di scambio economico basato sui beni relazionali.

L’intervento pubblico non dovrebbe sostenere la rete, che altrimenti diventerebbe un’armatura burocratica autoreferenziale. Dovrebbe invece prevedere incentivi economici e fiscali ai soggetti interessati per promuovere e diffondere la cultura dell’integrazione. Nella prossima Legge di Stabilità, parte delle risorse del Fondo per la lotta alla Povertà potrebbe essere destinata a queste politiche attive.

Presidente Uniat                      Presidente CeSLAM

(Augusto Pascucci)                   (Alfonso Pascale)

 


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