Rifiuti: sistema menomato. Con un capo ma senza coda

L’estate sta finendo, come ogni anno, l’emergenza rifiuti no. Mentre le stagioni passano, la sofferenza di un settore strategico come quello dei rifiuti sembra essere invece immutabile e impassibile. E’ il frutto questo di un sistema menomato, che ha un capo  ma a cui manca la coda, oltrechè diversi anelli e che non ha permesso, a volte in modi dubbi, lo svilupparsi di un’autentica concorrenza.

Diverse sono le criticità attuali e che riguardano diversi sotto-settori. Si pensi alla Eco X di Pomezia (il sito di stoccaggio di materiali plastici andato a fuoco il 5 maggio scorso). Il sindaco della cittadina a sud di Roma ha diffidato l’azienda ad avviare una bonifica che dopo le fiamme non era ancora stata attuata.  Ebbene, premettendo che la diffida, vista la potenzialità inquinante del sito, non avrebbe dovuto essere solo comunale (la Regione è intervenuta tempestivamente per molto meno nel corso di questo 2017) è impossibile non vedere nella Eco X il risultato di un sistema monco. Se la raccolta di rifiuti differenziati funzionasse a pieno ritmo (ma soprattutto funzionasse la loro lavorazione e per quel che possibile il loro recupero) centri di stoccaggio immensi come quello della Eco X non avrebbero ragion d’essere. Questo potrebbe rappresentare un problema visto l’orientamento di tutti i comuni laziali verso la raccolta differenziata spinta che potrebbe aumentare la mole di rifiuti differenziati da trattare.

Rimanendo nel campo della raccolta differenziata c’è poi tutto il filone legato al compost, quel materiale che dovrebbe essere riutilizzato come fertilizzante e che sempre più studi dimostrano invece essere intriso di materiali plastici e ferrosi che non vengono eliminati in toto durante la lavorazione. In provincia di Latina, a Pontinia, il compost sta creando molti problemi ai residenti che hanno ingaggiato un braccio di ferro con i proprietari dell’impianto Sep per i miasmi che si espandono per decine di chilometri. Alle proteste dei cittadini la Regione ha risposto non con controlli ma con l’autorizzazione alla costruzione di un nuovo impianto con la problematica che anche in questo caso non avrà soluzione. Accantonando anche solo per un attimo il problema vivibilità della zona (di per sé gravissimo) cosa farne di tutto il compost creato da queste aziende che gli agricoltori non vogliono (a ragione)? Si getterà su terre incolte? O smaltito in discarica? Perché nel primo caso si rischia di inquinare il sottosuolo, nel secondo si va a toccare la terza menomazione del settore rifiuti, quella riguardante le discariche.

Di discariche regolari (abusive ce ne sono molte e non bonificate) ne esistono poche e sono stracolme. In realtà il modo per rendere le discariche residuali ci sarebbe. Raccolta differenziata, Tmb e inceneritore. Diversi materiali infatti possono essere avviati al riciclo (con il 50 % del materiale potenzialmente riutilizzabile, il resto si trasforma comunque in rifiuto). Gli impianti di Tmb (che possono ricevere anche rifiuti organici per il processo di lavorazione) garantiscono la produzione di un prodotto non inquinante che può essere inviato a recupero energetico. Quello che rimane è davvero poco e potrebbe essere smaltito in piccole discariche di servizio. Questo ovviamente in teoria: in pratica nel Lazio ci sono solo grandi discariche stracolme (Malagrotta e Montello ad esempio) e poi delle discariche che non è chiaro se siano inquinanti o no (la MAd di Roccasecca è attualmente sotto stretta osservazione con il monitoraggio che finirà ad ottobre) ma che senza alternative diventano praticamente indispensabili. In più il Lazio punta ancora su tecnologie vecchie (tritovagliatori) che non lavorano il rifiuto ma lo sminuzzano.

Un metodo questo che è già costato una procedura di infrazione dell’Unione europea e che fa arricchire i gestori delle discariche (in pratica pochissime persone tutte collegate al dominus Cerroni) che con un semplice no rischiano di far sommergere di rifiuti la Capitale d’Italia e non solo. Una procedura che però sembra piacere alla Regione, che continua ad autorizzare e che non richiede nemmeno agli impianti Tmb una quantità minima di prodotto da avviare a termovalorizzazione. In soldoni è possibile che alcuni impianti lavorino i rifiuti ma poi li gettino comunque in discarica. Un controsenso imprenditoriale se si operasse in un regime di concorrenza.

Luce de Andrè


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