Pierluigi, una vita dedicata al servizio

Lazio Sociale dà voce a chi ogni giorno è a servizio dei più fragili, alle organizzazioni, alle associazioni, ai tanti volontari che con impegno e dedizione operano quotidianamente per il bene comune.
Oggi Alessandra Bonifazi intervista Pierluigi, volontario della Comunità di Sant’Egidio, che ci racconta della sua esperienza e dell’amore che riceve da chi è meno fortunato di noi.

Pierluigi come nasce la sua esperienza di volontariato?
Ha inizio nel 1990, leggendo un articolo de La Repubblica riguardante l’Associazione italiana Ciechi, mi aveva molto colpito e così decisi di iniziare quest’esperienza con loro. Il servizio consisteva nell’accompagnare le persone a fare la passeggiata o ad andare in ufficio, o a fare dello sport o semplicemente fargli compagnia, leggere un libro. Allora avevo 46 anni, la spinta iniziale è stata una scelta di carità cristiana. Successivamente, nel febbraio del 1997, l’esperienza è proseguita con la Comunità di Sant’Egidio, in particolare presso un Istituto di lunga degenza perché il mio desiderio è stato fin da subito quello di aiutare le persone anziane.

-Ci può spiegare come aiutate le persone anziane?
In realtà, ci occupiamo non solo di anziani ma anche di disabili, di chi è costretto a muoversi con la sedia a rotelle, o è inabile a determinate attività; oltre, a prestare servizio presso l’istituto di lunga degenza, opero anche in una casa famiglia della Comunità di Sant’Egidio in zona Monteverde. Lì vado il lunedì sera ed il sabato mattina; ci occupiamo della colazione, facciamo la spesa, li aiutiamo a pranzare, siamo in loro compagnia.

La Comunità di Sant’Egidio è presente in Africa con diversi progetti, tra cui il programma gratuito di prevenzione e terapia dell’AIDS: Dream. Anche lei Pierluigi ha esperienza di servizio in questo ambito?
Sì, nel 2011, avendo più tempo a disposizione perché pensionato, decisi insieme a mia moglie Maria Grazia, di andare in Africa.
Negli anni 2012 e 2013 siamo stati a Malawi e nel 2014 in Tanzania; siamo stati nei centri dream dove la popolazione malata di aids si reca lì per farsi curare e sono stato assegnato alla distribuzione dei pacchi alimentari; il cibo, oltre a sostenere l’alimentazione delle persone, rappresenta anche un incentivo per farle venire a curarsi.
Dal 2015 è cambiata la mia missione perché abbiamo iniziato ad operare nel centro nutrizionale di Machinjiri. Siamo stati assegnati al servizio assistenza, e quindi il nostro compito è stato quello di fare compagnia e seguire i bambini di un asilo, di età compresa tra i 3 ed i 5 anni di età; tra l’altro, nel centro nutrizionale è anche prevista l’assistenza del pranzo ai bambini/ragazzi di età inferiore ai 14 anni, pertanto dalle 8.30/9 fino alle ore 12.30 noi eravamo insieme ai bambini, poi li accompagnavamo a pranzo e distribuivamo i pasti; inoltre, se necessario, era previsto anche un sistema di monitoraggio di alcune persone, cosa che avveniva più frequentemente quando si andava nei centri dream, ossia si andava a visitare persone che risultavano assenti da più tempo o a seguito di segnalazioni di persone in difficoltà, così si andava da loro e se necessario le portavamo negli ospedali o per un controllo medico ulteriore.
Quest’anno abbiamo fatto una cosa in più perché c’erano dei vestitini da distribuire, sia ai bambini del centro Machinjiri, sia ai ragazzi di strada segnalatici da altri ragazzi della comunità. Infine, il nostro servizio ha riguardato anche un campo profughi, situato a 50 km dalla sede di appartenenza.

-in questi anni i bambini come vi hanno accolto?
I bambini, ci hanno accolto benissimo, giocavano con noi e ci consideravano, a detta della loro maestra, come loro genitori, perché spesso si trattava di bambini abbandonati o orfani di uno o di entrambi i genitori. Quando sono fortunati questi bimbi sono affidati ad altre persone del villaggio dove risiedono o da un parente se ancora in vita.

Consiglieresti a tutti questo tipo di esperienza?
Senz’altro, perché è un’esperienza che apre il cuore, l’anima; ti fa capire quanta fortuna si ha. Noi abbiamo tanto e loro non hanno molte cose che diamo per scontato, così per esempio non hanno il bagno, o non hanno l’acqua. Questo ci dovrebbe fa riflettere sui doni che Cristo ci fa.

Come si concilia questo servizio con la vita privata?
Purtroppo qualche cosa della vita privata viene messo da parte, annullato o posticipato , però è talmente grande poter aiutare il nostro prossimo da compensare il ritardo di quello che può servire a noi

Per concludere, una parola che esprime il volontariato?
“Solidarietà”, per estensione, “l’amore di Dio”

 


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