Il business nero dei rifiuti e la politica in ginocchio

Quanto accaduto alle porte di Aprilia all’alba del 27 luglio 2017 ha portato nuovamente alla ribalta nazionale la provincia di Latina e il Lazio sempre più in ginocchio in tema di rifiuti. Certo quanto scoperto da Dda e polizia ha poco a che vedere con il ciclo di rifiuti ordinario ma pone diversi interrogativi su una rete di controllo che non ha funzionato. Centinaia di tonnellate di rifiuti pericolosi e non sono stati sversati in una ex cava di pozzolana, di notte e di giorno, utilizzando camion e ruspe e nessuno, per mesi, pare essersi accorto di nulla. A sversare erano diversi imprenditori locali (dall’azienda di infissi, al titolare di una pompa di benzina, passando per un’azienda edile) ma i maggiori affari, da quanto trapela nelle ore immediatamente successive al blitz, pare li facessero un paio di aziende di trattamento di rifiuti. Una di queste, di Velletri e trattante rifiuti industriali, smaltiva solo una parte di rifiuti raccolti e pagati a caro prezzo dai propri clienti, sotterrando l’altra nella ex cava.

A sversare illecitamente era anche un impianto di Aprilia, la Loas Italia srl, che si occupa di rifiuti speciali e non pericolosi e del trattamento di materiale in plastica dura, che aveva ricevuto nel 2013 un’autorizzazione provinciale per l’aumento del conferimento (39 mila tonnellate all’anno) a cui avevano dato parere favorevole tutti gli enti preposti. Un’azienda che ha più volte collaborato con il Comune di Aprilia figurando come partecipante al concorso “differenzio anch’io” . Un progetto di sensibilizzazione rivolto alle scuole e ai giovani. Un obiettivo di educazione che invece, a quanto pare emergere dalle indagini, non era perseguito da chi quell’azienda la guidava.

Quello dello sversamento illegale dei rifiuti nel Lazio rappresenta una vera e propria piaga. Che qualcosa non funzioni, nella regione, lo dicono i dati. Secondo il rapporto Ecomafia del 2017 il Lazio è al quinto posto in Italia per reati ambientali e prima tra le regioni del centro con 2241 infrazioni. Circa le illegalità nel ciclo dei rifiuti la regione Lazio è al terzo posto con 533 infrazioni, Roma è la terza peggior provincia e Frosinone la nona con, rispettivamente 199 e 101 infrazioni.

Al netto della cronaca restano poi i dubbi sull’azione della politica. Possibile infatti che una cava come quella di via Corta, che avrebbe dovuto essere ferma e invece ferveva di attività (senza che alcun tipo di materiale uscisse però dall’invaso) non abbia destato le perplessità di nessuno? (Se non, sia chiaro, dei solerti agenti della polizia stradale che hanno “fiutato” l’illecito dopo un normale e fortuito controllo in strada).

Altro quesito: come è possibile che aziende dedite allo smaltimento di rifiuti non fossero controllate potendo tranquillamente far entrare molto più materiale di quello uscente per lo smaltimento finale? I rifiuti, seppur il sistema laziale non sia perfetto (anzi sia quasi al collasso) non possono sparire nel nulla e quello che entra e esce da stabilimenti di trattamento dovrebbe essere perfettamente tracciato. Se questo non accade il problema si fa grave, sotto tutti i punti di vista. Qualcosa, nelle autorizzazioni e nel controllo, non funziona o forse qualcuno deve aver chiuso più di un occhio.

Sul territorio di Aprilia si pone ora un nuovo problema, quello legato a un ennesimo sito inquinato di cui si dovrà prevedere alla bonifica. Chi se ne occuperà? Chi la pagherà? Quando verrà effettuata? Perché è ovvio che, sgominata l’associazione per delinquere rimangono i rifiuti che, interrati, continuano ad inquinare.

Rimane infine un quesito più generale, per approfondire il quale non basterà un semplice articolo: l’illecito, soprattutto se porta guadagno, sarà sempre perseguito da soggetti senza scrupoli (seppur poco lungimiranti visto il rischio ambientale che potrebbe essere accertato nei prossimi giorni). Se però è il sistema che quasi accalappia chi vuole agire in regola il conflitto si fa più poliedrico. Ad oggi infatti conferire regolarmente costa tanto, troppo. Il Lazio non è autosufficiente nello smaltimento dei propri rifiuti. Spesso gli impianti di trattamento non funzionano, sono obsoleti, raccolgono lo stesso i rifiuti ma poi li spediscono fuori regione. Questo fa lievitare i costi. Altri impianti ci sono, utilizzati per metà e con prezzi concorrenziali ma non vengono sfruttati a pieno. C’è poi il problema discariche: in un sistema perfetto sarebbero di servizio agli impianti, vi verrebbe sversata una minima parte di scarto con il prodotto uscente dalla lavorazione utilizzato per creare energia. Allo stato di fatto invece ce ne sono poche, sono enormi e spesso stracolme. Chi le gestisce è legato a chi gestisce gli impianti di cui sopra (quindi che guadagno avrebbe a ridurre il conferimento se  non guadagna dal prodotto finito che spesso non è utilizzabile per l’inceneritore?). Un rebus senza soluzione, con le istituzioni che rispondono a colpi di raccolta differenziata (il 50 % della quale si trasforma comunque in rifiuto da trattare) e in impianti di compostaggio (inutili per chi non ha orti o giardini di grandi dimensioni nel caso dei piccoli impianti casalinghi e poco appetibili in caso di impianti industriali che non riescono a creare un compost privo di materiali ferrosi).

Luce de Andrè


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