Odore di bruciato nel mondo dei rifiuti

Il sistema rifiuti, nell’ultimo anno, ha letteralmente preso fuoco in buona parte d’Italia. Nel solo Lazio dal giugno 2016 gli incendi hanno riguardato sei impianti: Pontinia Ambiente, Ecologia Viterbo, Malagrotta, Csa di Castelforte, Eco X a Pomezia, Tecno Servizi  a Monterotondo. A Milano poco dopo le venti di lunedì 24 luglio un incendio si è sprigionato in un grosso capannone utilizzato per lo smaltimento di rifiuti industriali. Un rogo scoppiato due settimane dopo quello che ha riguardato un deposito per la raccolta e lo stoccaggio di rifiuti a Senago, nell’hinterland del capoluogo lombardo.

Incendi sospetti, spesso di causa ignota e che pure stanno generando, in diverse regioni, delle vere e proprie crisi con i costi di conferimento in impennata (si prevedono in media aumenti del 50%) e gli stabilimenti di trattamento sempre più in sofferenza, costretti a ricorrere a impianti mobili o a lunghi trasferimenti oppure, peggio, a sversamenti in deroga in discarica. Il tutto mentre alcuni impianti, più piccoli ma non sfruttati al massimo della loro possibilità, vengono esclusi dal giro di ordinanze e autorizzazioni in deroga delle istituzioni regionali, con gli stessi primo cittadini che non prendono in considerazione autonomamente soluzioni alternative al conferimento in un singolo impianto (scelta che gli sarebbe comunque permessa).

Un cortocircuito in cui a guadagnarne paiono essere, al fine, solo alcuni proprietari di impianti di trattamento che sono spesso legati ai gestori delle discariche che tornano ad essere, in barba a quanto stabilito da anni dall’Unione Europea, il focus centrale del sistema rifiuti che le vedrebbe invece come anello residuale.

Impianti di trattamento che se invece funzionassero a pieno regime, con strumentazioni di ultima generazione, limiterebbero di molto il conferimento in discarica (con buona pace degli imprenditori gestenti) e nello stesso tempo garantirebbero la produzione di un prodotto (non più rifiuto) non inquinante e in grado di essere avviato a termovalorizzazione (ossia agli inceneritori) in grado di produrre corrente (meno inquinante di quella ottenuta dal carbon fossile) in grado di soddisfare decine di migliaia di persone.

Un sistema, quello degli inceneritori, che ben si sposerebbe anche in un contesto di raccolta differenziata spinta (che comunque produce rifiuto non riciclabile e quindi da trattare) e che garantirebbe meno inquinamento, meno discariche e più energia ma che non sembra essere per nulla agevolato dallo stato di fatto.

Luce de Andrè


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