Danese, Terzo settore: “L’integrazione è possibile ma basta ipocrisie”

A Roma, in Piazza dell’Immacolata, nel cuore di San Lorenzo, si sta tenendo una particolare manifestazione per celebrare la Giornata del Rifugiato. Lazio Sociale, approfittando dell’evento, ha intervistato la portavoce regionale del Forum Terzo Settore Francesca Danese

L’Onu ha stabilito di celebrare la “Giornata Mondiale del Rifugiato” il 20 giugno di ogni anno. Qual è lo scopo di questa giornata simbolica?

Lo scopo di questa giornata è prima di tutto quello di dare testimonianza piena del fatto la cooperazione rigenerata è in grado di fare proposte serie. Ne è un esempio il documento sulla buona accoglienza redatto nel maggio dello scorso anno e siglato da Anci, ministero dell’Interno e alleanza delle cooperative. Se ci uniamo, il terzo settore organizzato, la cooperazione e il volontariato, possiamo fare tanto. Un altro obiettivo è quello di riaprire questa piazza alle persone, dando dimostrazione di un’integrazione di fatto che vedrà al lavoro italiani e richiedenti asilo, affiancati da rifugiati. Un’integrazione che passa anche per la cucina con i volontari che cucineranno piatti della tradizione romana che si affiancheranno ad altre pietanze etniche. Sarà un momento di riflessione ma anche di festa e di vera integrazione. Un momento in cui saranno anche degli italiani a dire grazie “agli altri”. I ladri di carrozzelle, ad esempio, si esibiranno in un particolare concerto, suonando tamburi africani. Non si tratta di un caso. Molti richiedenti asilo una volta diventati rifugiati diventano operatori socio-sanitari mettendosi al servizio di chi ha bisogno. Sono esempi di vita vissuta che vale la pena di ricordare.

Ha fatto riferimento più volte a una cooperazione rigenerata

Perché è ciò che è avvenuto. C’è stato un rinnovamento e ben venga. L’obiettivo primario resta quello di cancellare l’odio e i fantasmi del razzismo che verranno spazzati via da una piazza allegra e solare. Cooperando sul serio, accogliendo senza strumentalizzare queste persone, riusciremo anche a inquadrare meglio la situazione. Guardiamo ai numeri: a Roma vivono 15 mila tra richiedenti asilo e persone inserite nel progetto Sprar non c’è nessuna invasione. La gran parte degli altri appartenenti alle comunità straniere che vivono regolarmente sul nostro territorio contribuiscono poi a pagare le tasse.

In base alle elaborazioni della Fondazione Ismu si segnala che, dal 1° gennaio all’8 maggio di quest’anno, 45mila migranti sono giunti attraverso il Mediterraneo in Italia, e tra questi oltre 5.500 i minori che da soli hanno affrontato il terribile viaggio dalle coste libiche. Rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, i minori non accompagnati giunti via mare in Italia sono aumentati di un quinto. Come affrontare il problema dei minori non accompagnati?

E’ un tema molto serio e di non semplice soluzione. Io mi auguro prima di tutto di non assistere più alle scene dello scorso anno quando i minori venivano ospitati nei posti di polizia perché non si sapeva dove alloggiarli. Purtroppo questo è un tema molto delicato dove c’è bisogno dell’impegno di tutti: sono anche tante le inchieste aperte, una avviata dietro un mio esposto alla procura. Dietro i minori infatti c’è lo spettro di una vera e propria tratta organizzata se si pensa, ad esempio, che gran parte dei minori arrivati in Italia provengono da una precisa regione dell’Egitto. Occorre avere particolare cura di questi ragazzi e queste ragazze perché spesso, ed è la cronaca a dimostrarlo, li ritroviamo a lavorare nei campi, negli autolavaggi o ancor peggio immischiati nelle tratte dello sfruttamento sessuale maschile. Occorre garantire poi loro un’esistenza che sia degna di questo nome. Chiederemo impegni precisi, al termine della tavola rotonda, soprattutto agli amministratori.

 Quello dei richiedenti asilo sta oggettivamente diventando un problema difficile da gestire: da una parte c’è l’esigenza di accogliere chi scappa da guerre e da sfruttamenti ma dall’altra i dati dimostrano come più della metà dei soggetti che arrivano in Italia siano in realtà migranti economici. Secondo lei è necessario cambiare qualcosa nel sistema accoglienza?

E’ una domanda molto complessa che richiede un risposta complessa. Io mi sono occupata di cooperazione internazionale e mi sono resa conto anche di quanta ipocrisia ci sia nel comportamento dell’occidente che da una parte ha per esempio abbattuto il debito ma dall’altra non permette lo sviluppo di interi Paesi. Pensiamo a quelli ricchi di materie prime che non possono però sfruttare economicamente, pensiamo a quelle donne che cercano di sfruttare le proprie terre agricole ma vedono i loro prodotti invenduti a causa dei prezzi più bassi garantiti dalla grande distribuzione mondiale. Se non si risolve il problema all’origine non si può distinguere tra chi scappa da una guerra e chi scappa perché affamato

L’attuale sistema di prima accoglienza rende difficile anche l’eventuale integrazione. Spesso i richiedenti asilo rimangono isolati, senza possibilità di lavorare o svolgere attività, anche per anni, in attesa della decisione della commissione territoriale: cosa auspicate per queste migliaia di persone che rischiano la vita in previsione di un futuro migliore?

Anche qui bisogna sfatare alcuni miti. Roma ad esempio è la città con più commissioni in Italia, i tempi si stanno restringendo. Di certo la politica ha le sue responsabilità: il tema dell’immigrazione viene considerato un tema scomodo perché sembra confliggere con la mancanza di lavoro per gli italiani e la crisi economica ma non è così. Occorre che l’Europa faccia la sua parte, che ognuno accolga la propria quota di richiedenti asilo e rifugiati ma nello stesso tempo è essenziale che si creino le condizioni per una reale integrazione che permetta a chi lo merita di rifarsi una vita, di lavorare, di contribuire alla crescita del Paese, cosa che già avviene in molti casi e contesti d’Italia. In questo un ruolo centrale giocano il terzo settore, il volontariato, le parrocchie e la promozione sociale che rappresentano, se ben coordinati, un asse portante per garantire un doppio risultato: l’integrazione ma anche la rinascita di quelle periferie e quelle realtà abbandonate che proprio grazie al lavoro degli ultimi riescono a rivivere e a risplendere.

 

 

 


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