la cucina del Carnevale

La cucina del carnevale

Tra questa e la prossima settimana si chiude il periodo che tutti conosciamo come “ carnevale”. Tre sono i motivi che caratterizzano queste giornate festose: il fatto che gli scherzi anche più odiosi e maneschi possono essere tollerati, è noto  il ricorso incontrollato a mascherarsi e c’è l’abitudine di consumare dolciumi  dove la presenza dello zucchero è visibile e tangibile.
Queste del “carnevale” sono infatti le ricorrenze che celebrano il diritto ad una condizione sociale che un tempo era molto diffusa e che rischia di tornare tristemente di moda: la povertà. In questi giorni dell’anno, spesso freddi e uggiosi, i poveri, i miserrimi, gli ultimi degli ultimi avevano il  diritto e quasi  la dignità di regalarsi una bella illusione: poter essere  quello che sognavano di essere. E con questo anche sfogare un bel po’ di rabbia repressa e gli era concesso di sfidarsi tra bande rionali e magari dare una bella ripassata a quel tipo o tipa che stava proprio “ quà “ nel collo. E quindi sotto a mascherarsi da principe, da regnante, da cavaliere, da gran dama con qualche pezza di broccato o di pizzo, con finte spade e finti cavalli poi gelosamente  riposti fino all’anno successivo. E da lì a rincorrersi con randelli, fionde e frutta marcia per tutto il giorno.  Ed era concesso il dileggio ai potenti che per un giorno o due si può sopportare, visto che per il resto dei mesi era meglio tacere ed inchinarsi. Ma per quanto riguarda il cibo? Si può far finta di mangiare a più non posso ed invece masticare sabbia e bere aria? No, non si può perché se fosse  possibile sfamarsi e dissetarsi con gusto semplicemente recitando di farlo, la storia dell’umanità sarebbe stata e sarebbe oggi molto diversa.

E quindi? La storia dell’alimentazione ci riporta quello che sappiamo bene: a carnevale si mangiano frappe e castagnole . A seconda delle regioni anzi dei paesi, cambiano per lo più i nomi ma la sostanza sempre quella è: si tratta di semplici  impasti di farina con uovo e zucchero. Fritti o al forno, quasi tutti senza lievito e latte, al massimo una farcia di confettura nelle versioni meno povere.

Ma tutte hanno una caratteristica: la veste carnascialesca dei  dolcetti è la presenza dello zucchero esternamente, in bella vista.  Che sia a velo, semolato a grana grossa, colorato a “codetta” deve vedersi, tutti dobbiamo sapere che c’è per davvero, che illusione non è.
Perché lo zucchero ai poveri era raro a tal punto che la cucina si distingueva in due macro aree. Quella dei ricchi: abbondante, preziosa e con lo zucchero ovunque e quella dei poveri: nella migliore delle ipotesi con il sale.
Rimane  però una cosa: di quella cucina ampollosa dei ricchi nobili del barocco è scomparso tutto da due secoli “ nun resta manco na’ berretta”,  mentre noi ancora oggi “ de  frappe e castagnole famo incetta”!!

Rubrica” GASTRONOMY DOMINE”

Autore: Agostino Mastrogiacomo


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