UN MONDO A MISURA DI ANZIANO

“Con la comunità di Sant’Egidio da molti anni mi sono avvicinato al “continente anziani”, un vero e proprio mondo che, negli ultimi decenni è divenuta una presenza più che mai determinante nelle nostre società, nel mondo, in Italia, e, in particolare, a Roma. Infatti, a Roma – secondo gli ultimi dati del Censis – un abitante su 4 è anziano.

Fino a circa la metà del Novecento, gli anziani erano il punto di riferimento delle famiglie, erano i patriarchi, gli uomini saggi a cui ci si rivolgeva, o attraverso cui passavano le decisioni più importanti. Si era ancora nell’epoca delle famiglie “allargate” fra generazioni. Negli ultimi decenni del ‘900 e nel nuovo millennio, la vita quotidiana ha preso velocità: ogni giorno si corre sempre più, accelerano sia i nostri spostamenti, che le comunicazioni; tutti, oggi, siamo “multitasking”. Gli anziani, con qualche irriducibile eccezione, invece restano indietro, non riescono a tenere il passo.

A questo riguardo, Papa Benedetto XVI nel novembre del 2012, in visita ad una casa per anziani fragili e in difficoltà – aperta e gestita dalla Comunità di Sant’Egidio – salutando e ringraziando, con un linguaggio diretto e schietto disse agli ospiti e ai volontari presenti:“In una civiltà non c’è posto per gli anziani? Sono scartati perché creano problemi? Questa società porta con sé il virus della morte”. Anche Papa Francesco, nel marzo del 2015, parla della vita degli anziani, introducendo un concetto che aveva già sviluppato quando era ancora Arcivescovo di Buenos Aires, dice: “Gli anziani come le vittime della cultura dello scarto. Se non impariamo a trattare bene gli anziani, così ci tratteranno a noi”.

Papa Francesco non è certo stato meno schietto e diretto di Papa Benedetto! Chi è l’anziano di oggi, e in che mondo vive? Il vecchio, l’anziano, non è un adulto invecchiato, ma ha delle sue specifiche peculiarità. In un certo senso, il metro è lo stesso che si adoperava un tempo nel dire parlando ai bambini: “Guarda, sei già un piccolo uomo!

Oggi, in un mondo in cui gli anziani sono così presenti ad ogni livello e in ogni categoria sociale, è come se fossimo chiamati a reinventare la vecchiaia stessa: cioè, cosa vuol dire oggi essere anziano? L’anziano oggi non è quello sportivo, atletico, abbronzato che tante pubblicità propongono o fanno vedere o, almeno, rispecchia una piccolissima percentuale di essi.

Un articolo pubblicato su La Stampa, sabato scorso, a firma di Alberto Mattioli, parla proprio di questo: “Gli improbabili anziani che ci racconta la TV”, e aggiunge, tra le altre cose: “In formissima, scattanti, tecnologici. Vestono da giovani, vivono da giovani, pensano da giovani”. Proseguendo nel suo articolo, sciorinando una serie di citazioni eleganti sul mondo degli anziani nell’opera e nella letteratura, l’autore arriva a citare Falstaff, personaggio opera dell’anziano Giuseppe Verdi, e chiosa: “I vecchi sono vecchi, non sono diversamente giovani.”

I vecchi, gli anziani – nel linguaggio politically correct – sono i deboli tra i deboli, e sono facili vittime di quella che Papa Francesco chiama “globalizzazione dell’indifferenza”, un’indifferenza che può facilmente portare alla morte. In estate, ormai, in ogni estate, quanti anziani sono stati ritrovati solo dopo morti, perché soli, senza nessuno accanto, in un tempo in cui un normale isolamento di persone vedove, di persone con figli e nipoti lontani, diventa molto più materiale e pesante? Perché, per gli anziani, oltre a mancare persone di riferimento, spariscono anche altri semplici punti di riferimento, quali i negozi abituali che quasi tutti chiudono per ferie nello stesso periodo, i vicini di casa stessi, che partono per le vacanze e nei palazzi non ci sono più i portierati.

Si, i portieri erano una grande risorsa, specialmente per chi vive solo, loro che tutto sapevano e tutti conoscevano! La Comunità di Sant’Egidio, grazie ad una amicizia di più trent’anni agli anziani, ha prima intuito e poi compreso bene la criticità di questo isolamento. La risposta è venuta con la creazione del Programma “Viva gli Anziani!”, a seguito di quell’incredibile mortalità di anziani avvenuta nella torrida estate del 2003.

Il Programma “Viva gli Anziani!”, nato in collaborazione con il Comune di Roma, è un servizio innovativo per il contrasto dell’isolamento sociale, attraverso la creazione di reti, che si collocano accanto alle risposte tradizionali (assistenza domiciliare, servizi residenziali…) e raggiungono ampie fasce di popolazione fragile, più esposta a rischi.

L’obiettivo prioritario del Programma è la prevenzione: contrastare gli effetti negativi di eventi critici (ondate di calore, epidemie influenzali, cadute, la perdita del convivente etc.) sulla salute degli over 80. La strategia proposta è un monitoraggio attivo, cioè gli anziani vengono contattati regolarmente ed inseriti nel programma di controllo telefonico, ricevono visite domiciliari ed usufruiscono di interventi diretti, a loro richiesta.

I destinatari Diretti di questo programma sono tutti gli over 80 residenti nel territorio individuato per la realizzazione del programma; quelli Indiretti sono gli attori delle reti informali (vicini, portieri, commercianti, medici di base, farmacisti, etc.), vanno a comporre e sostenere la suddetta rete. Il servizio è completamente gratuito ed è attualmente attivo in alcuni quartieri centrali della Capitale, quali Testaccio, Trastevere ed Esquilino, vorrebbe partire anche in altri quartieri, ma c’è bisogno di trovare altre forze per allargare questo servizio innovativo. Ecco alcune cifre del Programma “Viva gli Anziani!”: dal 2004 (anno di inizio del Programma), gli anziani contattati sono stati 13mila, gli interventi totali sono stati 385mila, tra cui 336mila telefonate, 42mila visite a casa o incontri, 4600 interventi specifici (medico, ospedale, aiuto vario), coinvolgendo nelle reti di prossimità ben 23400 persone.

Questa è una risposta decisamente meno costosa e meno stravolgente per la vita degli anziani fragili, rispetto ad un’istituzionalizzazione che, ad oggi vorrebbe essere la facile risposta all’invecchiamento, cioè il ricovero in strutture specifiche per anziani, ma una scelta sempre meno praticabile per via di costi insostenibili per lo Stato sociale, e per il genere di risposta parziale che offre, nella galassia di esigenze dei tanti anziani fragili che cercano o che hanno bisogno di un sostegno. Tali strutture per anziani, negli anni ‘80 erano chiamati “pensionati”; negli anni ‘90, quando si intuì il business che si apriva, vennero identificati come i “cronicari”; oggi, si utilizza una sigla anonima, quasi misteriosa: “RSA – Residenza Sanitaria Assistenziale”. Un titolo che vorrebbe dire tutto, ma che è una sigla, e come tale non di facile comprensione.

In molti casi, dietro alla sigla non si cela altro che i vecchi cronicari, riverniciati e parzialmente abbelliti, ma sempre con deficit di personale, di libertà individuale e di qualità di vita; dove mancano spazi personali per ciascun anziano e dove spesso non c’è spazio per portare oggetti e effetti personali, ricordi di una vita, e dove non si può decidere nulla autonomamente. Le strutture accreditate, anche se carenti strutturalmente o comunque inadeguate per le esigenze personali di ciascun anziano, sono molto costose e non tutti hanno possibilità di accedervi. Nonostante ciò, la richiesta è alta e l’offerta non sempre riesce a soddisfare le richieste.

A fronte di questa nuova realtà sono nate, sono state aperte delle vere e proprie “case di riposo” improprie, cioè prive talvolta dei requisiti per l’assistenza agli anziani, per le somministrazioni di cure, per la preparazione dei pasti, la cubatura limitata degli spazi per singolo ospite. Insomma, strutture “sommerse” che non hanno alcuna visibilità, in cui può avvenire di tutto senza che ci siano controlli. Nei casi peggiori, anziani non hanno nemmeno parenti vicini che si occupino di loro, oppure i parenti si fidano di quanto viene detto loro dalle lavoranti nella struttura. Nel senso che, se un anziano ricoverato non è autosufficiente, dipende in tutto e per tutto dal personale presente, e se in quel momento l’addetto non è motivato, o è sottopagato, comunque corre il rischio che l’anziano divenga una vittima più che un assistito.

A parte l’eccellenza che viene dal Programma “Viva gli Anziani!”, che però raggiunge ancora solo una piccola parte degli anziani residenti a Roma, la Comunità di Sant’Egidio, da più di trenta anni visita i tantissimi anziani ricoverati in tante strutture.

Con gli anziani che visitiamo cerchiamo di stabilire sempre una conoscenza personale, proviamo ad incontrarli in modo che si manifesti l’originalità della persona, senza modelli precostituiti. Le nostre visite cercano di essere in giorni stabiliti: gli anziani ci conoscono bene, sanno che riceveranno una visita e ci attendono come un appuntamento tra amici. L’amicizia, il rapporto personale che puntiamo a stabilire – alla pari, reciprocamente, in modo da conservare la dignità della persona – sono il tratto fondante del nostro rapporto con ogni singolo anziano: amici da pari a pari! Si parla, ci si confida, si ascolta. Con sorpresa, e contenti di questo, da un po’ di tempo registriamo un maggiore interesse verso gli anziani malati, ricoverati; da più parti riceviamo richieste per venire con noi a conoscere gli anziani e il nostro servizio, da parte di giovani di alcune scuole superiori, ma anche da parte persone adulte, che magari avevano in passato assistito un parente anziano, per aiutare o per far nuove amicizie.

In questo modo, sono nati tanti legami in più, amicizia che noi favoriamo, aiutiamo e accompagniamo. La crescita di giovani che vengono a trovare gli anziani è agevolata anche dalla creazione del progetto dell’“alternanza scuola-lavoro”, e la Comunità di Sant’Egidio ha proposto ai professori e agli studenti di partecipare ai nostri servizi ai poveri, garantendo agli studenti i crediti formativi per la scuola. In tal modo, si è aperta una strada nuova per l’incontro tra due mondi molto lontani tra loro.

La risposta è stata bella: davanti alla presentazione di diversi servizi, tanti studenti hanno chiesto di venire a visitare gli anziani in istituto. È una grande e bella sorpresa, una domanda di interesse che noi riceviamo, accogliamo e proviamo a rispondere, accompagnando gli studenti e spiegando loro il senso e il valore di quello che andiamo facendo. Sono tutte energie di bene che sorgono in un’alleanza che viene stretta con gli anziani perché venga alleggerito il peso di una vita indebolita e confusa per la lontananza dalla propria casa, dalle cose di sempre e dai propri cari.

Gli anziani, anche se malati o in difficoltà nel comunicare, quando visitati cercano sempre di dare il meglio di sé; spesso vengono sorpresi da tante attenzioni, provano e si sforzano nell’essere accoglienti e simpatici; talvolta anche noi ci sorprendiamo nel vedere le reazioni e i rapporti che si creano. Sono rapporti nuovi, con modalità anche originali rispetto al passato, i ragazzi, dopo un iniziale imbarazzo, con il passare del tempo, avanzando nella conversazione o nei gesti, poi si scoprono negli anziani una ricchezza di storie, anche lontane da noi che in alcuni casi gli anziani hanno piacere a raccontare, sia per presentarsi e conoscerci, sia perché hanno il desiderio di mantenere vivi i ricordi della loro vita. E raccontare è anche una medicina che sana tanti antichi dolori!

Tra i tanti anziani conosciuti, abbiamo scoperto il mondo degli italiani d’Africa, cioè chi era partito per andare a vivere nelle colonie italiane in Africa, prima e durante la Seconda Guerra Mondiale e che, poi, è stato costretto o ha scelto di tornare in Italia. Alcuni di loro, quasi da stranieri, perché magari erano nati durante la permanenza all’estero o erano partiti quando ancora erano piccoli. Abbiamo conosciuto il primo laureato in Farmacia d’Italia; poi, un altro anziano di origine altoatesina che aveva vissuto prima la sventura della Campagna di Russia, e poi, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, la cattura ad opera dei tedeschi e la reclusione in un campo di concentramento nazista, sopravvissuto a tutto questo, l’avevamo conosciuto al suo arrivo in RSA.

Tanti anziani ci considerano come parenti. In particolare, una donna giovane anziana (per l’età media dei ricoverati) ci aveva adottato come figli (riferito ai più giovani) o riconosciuti come fratelli e sorelle (a noi più grandi), dato che lei non aveva potuto avere una sua famiglia e, di volta in volta, ci stringeva a sé, con un legame personale nuovo; voleva che le raccontassimo tutto delle nostre vicende, e ascoltava e ci consigliava.

Insomma, in questi anni ci siamo arricchiti tanto di umanità e, dall’inizio, portiamo loro il mondo esterno dell’istituto: raccontiamo loro quello che accade fuori, li facciamo parte della nostra vita, diventano nostri parenti: per loro i nostri racconti sono folate di vento fresco che cambiano l’aria rarefatta di stanze semibuie e chiuse, siamo anche valvole di sfogo in momenti più difficili, amici a cui appoggiarsi nei momenti più tristi o dolorosi, di compagnia nel momento della malattia più acuta, ma anche di accompagnamento nelle ultime ore. Il nostro sogno è che tutti possano vivere e terminare i propri giorni tra le proprie cose e con i propri affetti, ovviamente può sembrare un’utopia, ma i tempi di crisi economica che stiamo vivendo, forse consigliano di rivedere questo tipo di risposta istituzionalizzata per gli anziani, così dispendioso per le tasche delle Regioni e dello Stato.

Un piccolo modello è stato proposto, quello del Programma Viva gli Anziani, continueremo a lavorare anche per aprire nuove strade, nuovi modi per essere più vicini alla fragilità degli anziani”.

Autore: dott. Germano Baldazzi  (volontario della Comunità di Sant.Egidio, da 25 anni svolge servizio a favore degli anziani visitando gli anziani ricoverati in RSA e aiutando in una comunità  – alloggio per anziani fragili)

Riferimenti

  • Comunità di Sant’Egidio: “Il Programma Viva gli Anziani” in http://www.santegidio.org/pageID/2413/Il-Programma-Viva-gli-Anziani.html
  • A cura di Gino Battaglia, introduzione di Andrea Riccardi, “La forza degli anni. Lezioni di vecchiaia per giovani e famiglie”, Francesco Mondadori, Roma, 2013;
  • AA.VV., “Vecchiaia. La benedizione nascosta” Francesco Mondadori, Roma, 2012;
  • Paola Cottatellucci, Voglio tornare a casa mia, Il Filo, 2012;
  • Comunità di Sant’Egidio,Come rimanere a casa propria da anziani”, Leonardo International, Roma, 2003;
  • Edgardo Grillo, “Il sostegno nascosto garantito da tanti nonni. Welfare formato vecchiaia”, Avvenire, 19 gennaio 2017;
  • Paolo Conti, “Il dilemma degli over 65, dichiararsi «anziano» o rinviare alla quarta età?”, Corriere della Sera, 06 febbraio 2017;
  • Vincenzo Paglia, “Sorella morte. La dignità del vivere e del morire”, Piemme, 2016;
  • Carl-Henning Wijkmark, “La morte moderna”, Iperborea, 2008
  • Andrea Chiappori, “Gli anziani siano un’opportunità, non un problema”, Il Secolo XIX, 02 febbraio 2017;
  • Andrea Plebe, “Liguria sempre più anziana, Genova lancia il manifesto per invecchiare bene”, Il Secolo XIX, 31 gennaio 2017;
  • Maria Cristina Giongo, “Le praticano l’eutanasia anche se cambia idea”, Avvenire, 02 febbraio 2017;
  • Germano Baldazzi, « C’è chi non guarisce, come Eluana. Eppure vuole vivere», Avvenire, 26 marzo 2009.

 


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