Cosa manca perché la “Buona scuola” sia davvero a misura di studente

La riforma della scuola è uno dei nodi intorno ai quali si gioca il futuro del Paese. L’istruzione è al centro dei programmi europei sulla crescita ed è il cuore degli investimenti dei governo di tutta Europa. A livello nazionale proprio si discute ancora della legge 107 sulla Buona Scuola che ha spaccato in due l’opinione pubblica.

Da una parte i sostenitori secondo i quali il nuovo disegno di legge risponde alle esigenze dei giovani e dei docenti, si adegua alle richieste dell’Unione Europea e snellisce le assunzioni dei precari. Dall’altra vi sono gli oppositori, coloro che vedono nella riforma la creazione di una scuola di serie A e un’ altra di serie B, che contestano i fondi alle scuole private a discapito di quelle pubbliche, che non vedono di buon occhio la scelta di dare ai dirigenti un ruolo cardine: essi diventerebbero, infatti, dei datori di lavoro che potrebbero assumere a loro piacimento i docenti, in barba alle graduatorie e agli anni di precariato affrontati in attesa di essere inseriti “in ruolo”. Secondo i detrattori la riforma di Renzi chiude un ciclo durato vent’anni, in cui con il ritmo di una riforma a governo si è mirato a smantellare la scuola statale e consegnarla di fatto nelle mani delle imprese. L’amarezza deriva anche dal fatto che nonostante gli scioperi, non siano state applicate delle modifiche: restano i pieni poteri al Dirigente Scolastico, le imprese private che finanzieranno le scuole pubbliche al posto dello Stato, un’alternanza scuola-lavoro che sostituisce la formazione tecnica e professionale con un contratto di apprendistato, asservendo la didattica alle singole imprese che ne ricaveranno unilateralmente vantaggio, mentre agli studenti resteranno competenze parcellizzate capaci di assicurare soltanto un futuro da precari.

Il tema delle sponsorizzazioni alle scuole richiederebbe una riflessione in più: le scuole che sorgono in un territorio ricco di imprese disposte ad investire si troverebbero avvantaggiate e piene di possibilità, al contrario gli istituti dei piccoli centri sarebbero destinati alla solitudine. È evidente che la grande mobilitazione del mondo della scuola dovrebbe spingere la politica a riflettere e capire se occorre modificare qualche punto del testo di legge. Oggi serve investire sul diritto allo studio, per permettere a tutti di accedere all’istruzione senza ostacoli economici; serve urgentemente un piano di interventi sull’edilizia scolastica per garantire la sicurezza. Capita sempre più spesso che si verifichino incidenti e crolli che mettono a repentaglio l’incolumità degli studenti. Inoltre occorre rivedere i programmi scolastici, dedicare più ore allo studio delle lingue straniere anche orientali, approfondire la geografia, che sembra ormai scomparsa, facilitare l’approccio allo studio per i bambini e ragazzi con disturbi dell’apprendimento, inserire materie come teatro, musica, danza, arte, politica, sessualità, religioni e sacro, sport e corporeità, arti marziali, ecologia, introdurre definitivamente materiali audiovisivi e tecnologici che permetta di continuare a casa il lavoro svolto a scuola.

Infine sarebbe opportuno eliminare ogni procedura di valutazione che sia “esclusiva”, che distingua i bravi dai meno bravi. Ogni valutazione deve tener presente il ragazzo nella sua globalità, deve mettere in risalto i lati positivi e non solo gli errori e soprattutto dovrebbe insegnare il modo per superare gli errori. Solo con questi accorgimenti la scuola del futuro sarà davvero “la Buona Scuola”, una scuola “inclusiva” che valorizzi i talenti e coltivi i sogni.

Milena Mannucci


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